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Psicodiagnostica

Psicodiagnostica
I test psicologici sono porte della conoscenza attraverso cui ci muoviamo fuori dalla scatola e dentro la luce.

H. Rorschach

La psicodiagnostica (o psicodiagnosi) è la disciplina che si occupa della valutazione psicologica, di personalità e psicopatologica di un individuo, attraverso l’uso di un repertorio di questionari, batterie di test, colloqui clinici, esami neuropsicologici e valutazioni osservative.

Il colloquio clinico rappresenta, senza dubbio, lo strumento principale di inizio, svolgimento e conclusione della valutazione psicodiagnostica, e non può essere in alcun modo sostituito da tutti gli altri strumenti, anche i più affidabili e attendibili, in quanto fonda la propria forza su una relazione di collaborazione e di fiducia tra lo psicologo e la persona che richiede la valutazione, attraverso la comprensione della difficoltà presentata, dei suoi momenti critici e delle emozioni derivate.

Solitamente, l’intero processo diagnostico si articola su 3-5 incontri, definiti di “consultazione psicodiagnostica”. Nel contesto prettamente clinico, gli incontri sono spesso strutturati con un primo colloquio di conoscenza e anamnesi, durante il quale lo psicologo raccoglie informazioni più dettagliate sulla persona, oltre che sulla motivazione della consultazione, sulla sua storia personale e famigliare, sui punti di forza e di debolezza, sui vissuti e comportamenti e su aspetti importanti di personalità che possono aver creato le difficoltà attuali. Segue una fase centrale di 2-3 incontri per la somministrazione di reattivi e test specifici, e si conclude con 1-2 incontri di ulteriore sintesi dei risultati ottenuti, la formulazione di ipotesi diagnostiche ed approfondimento clinico.

Al termine di questa consultazione, lo psicologo, avendo un’idea più ampia della situazione, consegna al paziente una restituzione, ovvero una relazione su quanto emerso e, se necessario, una proposta di trattamento psicoterapeutico, la condivisione di un progetto terapeutico o di invio a strutture diverse per la sua presa in carico globale e soggettiva.

Quando richiederla?

In ambito clinico, una valutazione psicodiagnostica può essere considerata la fase iniziale di indagine e di esplorazione di un problema, che può portare a diverse strategie funzionali di pianificazione e di intervento psicologico, oppure proprio la fase centrale di un percorso terapeutico in cui lo psicologo può integrare in maniera più completa e mirata le informazioni ottenute dai test e dal colloquio con la persona.

In entrambi i casi, l’obiettivo è l’osservazione e la valutazione del funzionamento globale di personalità, non solo al fine di costruire un’ipotesi diagnostica, che da sola rischierebbe di creare una rigida etichetta, ma soprattutto per orientare le successive strategie di intervento clinico più adeguate che tengano conto delle caratteristiche specifiche e personali dell’individuo che abbiamo di fronte.

È importante ribadire che, oltre alla rilevazione di sintomi patologici, il processo psicodiagnostico può essere riferito anche alla valutazione di aspetti funzionali di personalità, alla valutazione di atteggiamenti, modalità relazionali, competenze cognitive e comportamentali.

In tal senso, la valutazione psicodiagnostica trova vari ambiti di applicazione, oltre a quello clinico.

L’ambito di selezione del personale e valutazione delle competenze lavorative, si avvale di specifici strumenti psicodiagnostici cartacei (questionari), colloqui motivazionali e valutazione di capacità gestionali e relazionali attraverso giochi di ruolo, simulazioni e dinamiche di gruppo.

L’ambito educativo contribuisce alla valutazione del livello intellettivo, delle capacità cognitive, delle eventuali problematiche emotive e cognitive correlate a situazioni di problematicità e/o disabilità fisico/psicologica del bambino/adolescente.

O ancora, nell’ambito legale, peritale o assicurativo spesso viene richiesta una valutazione da parte di un’autorità giudiziaria o di una commissione medica per diverse finalità e modalità di svolgimento. Pensiamo ad esempio alla valutazione del danno esistenziale o psichico, delle capacità cognitive di una persona coinvolta in incidenti o esperienze traumatiche, i frequenti casi di mobbing, o la valutazione dell’idoneità genitoriale in casi di adozione e/o affidamento.

Possono i test sostituire il lavoro dello psicologo?

Come abbiamo detto, è la relazione ad assumere un ruolo centrale dall’inizio alla fine del processo di valutazione e promozione del cambiamento, per cui diventa indispensabile, accanto a competenze tecniche specifiche, che lo psicologo sviluppi e acquisisca competenze cliniche e relazionali che permettano di mantenere la persona, con la propria storia, emozioni e comportamenti, al centro del suo interesse. È questa la ragione principale per cui riteniamo che una batteria di test, per quanto completa e affidabile, non potrà mai sostituirsi al lavoro del miglior psicologo.

Oggi sappiamo che l’uso dei test, oltre ad essere uno dei possibili momenti di avvio del nostro lavoro clinico che sottende la costruzione dell’alleanza terapeutica, può avere un ruolo funzionale anche in fasi successive, sia come rivalutazioni nel tempo, che come follow-up, ovvero nel periodo successivo alla conclusione della presa in carico.

Possiamo inoltre affermare che il tipo di tecniche e strumenti usati vari di volta in volta, in base al contesto e allo scopo della valutazione, all’età e al tipo di difficoltà presentati dalla persona, all’orientamento teorico e formazione specialistica di chi effettua la valutazione.

Tuttavia, non ci stancheremo di ripetere che lavorare con i test significa non solo applicare metodi standardizzati per raccogliere informazioni, ciò che comunemente definiamo “fare test”, ma anche e soprattutto integrare le utili informazioni derivate dai test con quelle raccolte attraverso la storia personale e famigliare e il colloquio clinico con la persona che incontriamo e con la sua individualità e unicità.

A quali test affidarsi?

Nel mare magnum degli strumenti di valutazione ci si potrebbe perdere al punto da non capire quali test possano esserci più amici di altri in certe circostanze, aiutandoci ad indagare proprio le aree giuste in maniera precisa e corretta.

Nella valutazione psicodiagnostica, il colloquio clinico, indispensabile per creare e mantenere un’alleanza terapeutica, è affiancato da una batteria di test: i test di livello, i test di personalità e i test proiettivi, che possono variare a seconda di ciò che vogliono osservare e approfondire.

Utilizziamo i Test di Livello per valutare le capacità cognitive ed intellettive di una persona, tenendo conto di differenti tipi di capacità cognitive (logiche, linguistiche, spaziali). Essi vengono usati soprattutto nell’ambito selettivo ed educativo, ed occasionalmente in ambito clinico, soprattutto nei disturbi cognitivi. I più noti sono la WAIS per gli adulti, e la WISC-R per i bambini.

Con i Test di Personalità valutiamo molteplici costrutti e dimensioni relative alla personalità. Ne esistono di tipi e categorie molto diversi in base ai tratti di personalità o a valutazioni globali.

I Test Proiettivi sono, invece, una tipologia di test di personalità che si basa sulla proposizione di materiale poco o per niente strutturato che ci aiuta sia per valutazioni globali di personalità sia per l’approfondimento di specifiche tematiche personologiche, relazionali e/o psicopatologiche.

Continuando ad immergerci nel mare di strumenti di valutazione senza venirne inondati, vogliamo solo menzionarne rapidamente alcuni ancora oggi spesso utilizzati. Nell’ambito della salute mentale, professionale e giudiziario, si è meritato un’ampia notorietà il Test di Rorschach, da molti conosciuto come il “test delle macchie di inchiostro”, che consiste nel mostrare una tavola per volta, 10 macchie bilaterali simmetriche, invitando la persona da esaminare a dire cosa vede in ciascuna.

Appartiene alla categoria dei test di completamento di disegni il Test di Wartegg, costituito da otto riquadri numerati a sfondo bianco, ciascuno dei quali contiene dei segni grafici, corrispondenti a stimoli ambigui, in quanto solo parzialmente strutturati, particolarmente adatto ad evidenziare i vari aspetti del carattere e della personalità di un individuo.

Accanto a queste categorie di test, citiamo i reattivi grafici o test di disegno che, insieme ad altri, contribuiscono alla comprensione e diagnosi dei conflitti inconsci, delle difficoltà di adattamento all’ambiente familiare e dei disturbi della sfera affettiva ed intellettiva. Chiamati anche test carta matita perché come materiale si avvalgono essenzialmente di un foglio bianco e di una matita, ricordiamo: il Test della Figura Umana di K. Machover, il Test della Famiglia di Corman, il Test dell’Albero di Koch.