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Rupofobia e coronavirus: una difficile convivenza!

In un’epoca, quella della pandemia da coronavirus, in cui manifestazioni di contatto emotivo come abbracciarsi, stringersi la mano o baciarsi sono stati via via banditi dalle quotidiane buone norme di comportamento e di socializzazione fino ad essere considerati gesti rischiosi perché automaticamente collegati alla paura del contagio, trovano ampio spazio e conferma le credenze irrazionali dei rupofobici di essere contaminati o di contaminare gli altri, di non essere al sicuro in nessun luogo.
Ecco che il ritorno graduale alla “normalità” che può rendere già faticoso e complesso per tutti recuperare atteggiamenti di apertura fisica ed emotiva verso gli altri e il mondo esterno in generale, per le persone con rupofobia può rappresentare un vero e proprio disagio sia sul piano personale che sociale e ciò potrebbe ostacolarne l’adattamento alla vita quotidiana e il reinserimento nei contesti lavorativi, sociali e relazionali, prima maggiormente controllati, complice anche l’isolamento sociale e le direttive di sicurezza introdotte, oggi percepiti come ancora più pericolosi.
Ma che cos’è la rupofobia e da dove nasce?
Strettamente correlata alla paura del contagio, la rupofobia (dal greco rupos, che significa sporco) rappresenta l’eccessiva e sproporzionata paura irrazionale di venire in contatto con superfici infette e suscettibili di essere contagianti da cui consegue l’impellente e costante necessità di disinfettare e pulire tutto l’ambiente circostante.
Se oggi tale paura e l’ansia ad essa associata risultano giustificabili perché riferibili ad una reale possibilità di entrare a contatto con il virus, i pensieri del rupofobico prendono la forma di terrore patologico e di vere e proprie ossessioni incontrollate di contrarre una malattia o di disgusto nei confronti di ambienti potenzialmente contagianti.
Tali pensieri catastrofici, intrusivi e persistenti vengono associati a comportamenti compulsivi caratterizzati rigidamente dal ricorso a rituali specifici con l’idea illusoria di poter esercitare un controllo su di essi e sull’ambiente circostante riducendo l’ansia generalizzata, come una pulizia minuziosa, esagerata e continua.
Tuttavia, l’insostenibile incertezza sulla reale efficacia della pulizia e il costante rischio di contagio fanno riemergere l’ansia inizialmente solo temporaneamente sopita e rischiano di minacciare in maniera pervasiva i contesti personale, sociale e lavorativo del rupofobico proprio per l’estremo desiderio di controllo assoluto dello sporco (e quindi sul proprio stato di salute), impossibile da soddisfare.
Ciò che manca è la “regola dell’interruzione” ovvero non si raggiunge mai la convinzione di essere al sicuro per cui i rituali non possono mai essere interrotti: nessuna superficie, nessun ambiente sarà mai abbastanza pulito!
Ma quali sono le cause di un disturbo come la rupofobia?
Oltre alla genetica, alla base di tale fobia è possibile rintracciare molteplici cause di natura sociale, familiare ed esperienziale, come ad esempio vissuti infantili traumatici.
Più precisamente, da un punto di vista familiare, il contesto di riferimento del rupofobico è spesso caratterizzato dall’obbligo di adesione a regole rigide, in particolare verso la pulizia e l’ordine, l’imposizione di una indiscutibile moralità e una rigorosa disciplina.
Le figure di accudimento presentano frequentemente tratti di perfezionismo, ipercritica e severità di giudizio cui si associano elevati standard ed aspettative destinate puntualmente ad essere deluse.
Tale cornice di sviluppo fa sperimentare al rupofobico un vissuto di insicurezza, inadeguatezza e bassa autostima con il conseguente timore di sbagliare o di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, e ansia verso tutto ciò che è ignoto ed imprevedibile.
Seppur riconosciuta in un periodo pandemico in cui ognuno deve esercitare un controllo maggiore nei comportamenti e nei pensieri verso sé e gli altri, la sofferenza della persona affetta da rupofobia può essere accolta e contenuta in uno spazio psicoterapico in cui poter acquisire la consapevolezza dei propri meccanismi interni, scoprire nuove modalità di elaborazione più efficaci e  lavorare sul significato relazionale ed emozionale del sintomo.

Per approfondire:

  • Il disturbo ossessivo-compulsivo. Caratteristiche cliniche e tecniche di intervento. D. Dettore. Mc Graw-Hill, 2003. Milano;
  • Mancini F., La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Ed. Cortina Raffaello, 2016;
  • Rachman, Stanley, L’ansia, Ed. Laterza, 2004.

Autrice: Lorella Cartia