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I processi di triangolazione: nel mezzo si sta scomodi!

Nella storia di vita di una coppia genitoriale è possibile che i due partner si ritrovino ad affrontare importanti difficoltà comunicative, frutto di conflittualità latenti che non sono mai state affrontate in precedenza e che hanno condotto a situazioni di blocco o di impossibilità di espressione dei reciproci sentimenti di insoddisfazione.
Tale insoddisfazione trova ragione di esistere dietro ad aspettative che nel tempo sono state deluse, di bisogni non colmati dal partner che hanno prodotto anche la difficoltà nell’esplicitazione del problema, per il timore, spesso considerato inaccettabile, del rischio di rottura.
Nasce così una condizione di vuoto affettivo che potrebbe condurre al coinvolgimento di un “terzo” nella relazione coniugale, il quale assume il ruolo di mediatore del conflitto che non ha trovato possibilità di soluzione all’interno della coppia stessa.
È questa la dinamica che prende il nome di triangolazione, dove spesso, purtroppo, il ruolo del terzo incluso è assegnato al figlio.
Si possono riscontrare diverse tipologie di triangolazione disfunzionale che coinvolgono proprio i figli, ad esempio, un figlio che viene incaricato del ruolo di alleato della madre percepita come la parte più debole e fragile della coppia che quindi necessita di maggior sostegno emotivo, confidenza e solidarietà con conseguente esclusione della figura paterna. Oppure un figlio che cerca di colmare un vuoto affettivo nel padre giudicato bisognoso di riscatto rispetto alle mancanze della madre, etichettata come poco efficace e competente nel suo ruolo coniugale, per cui si sostituisce ad essa assumendo un ruolo di colui che possa essere apprezzato dal padre per le sue competenze (andare bene a scuola, ottenere buoni risultati nello sport). O, ancora, il figlio potrebbe oscillare tra posizioni alternate dove a volte gli viene richiesta alleanza con un genitore, a volte con l’altro, in un caos relazionale che rende indefinita la sua posizione e i confini tra i membri del sistema.
In tutte e tre le condizioni, il figlio triangolato si trova in una posizione anomala, con un ruolo emotivamente davvero troppo pesante sia di mediatore della tensione tra i genitori, sia di colui che deve tentare di colmare un vuoto affettivo.
Questa è la condizione definita come triangolazione rigida.
Si parla di triangolazione rigida quando questa modalità si presenta con una stereotipata ripetizione di regole relazionali disfunzionali, a manifestazione dell’enorme difficoltà che alcune famiglie mostrano nell’accettare qualsiasi processo di trasformazione, per il timore che il cambiamento possa minare un precario, troppo fragile equilibrio.
La rigida triangolazione rischia di esporre un figlio ad una situazione emotiva di estrema ambivalenza: da un lato vivere la sensazione, “l’imbroglio”, di avere un rapporto privilegiato ed esclusivo con un genitore, sentendosi al centro di gratificazioni e privilegi; dall’altro mantenere un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che, soprattutto in delicate fasi del ciclo vitale, come in adolescenza, entrano inevitabilmente in contrasto con i nuovi bisogni di autonomia e di individuazione.
In parallelo i genitori, gli altri due membri del triangolo, trovano così conferma dell’impossibilità di rivedere il rapporto di coppia, di affrontare direttamente tra di loro le tensioni e di cercare soluzioni per un cambiamento, superando i veri motivi della loro reciproca insoddisfazione.
La coppia rischia di rinunciare, in tal modo, al suo stesso spazio vitale condividendolo stabilmente con il figlio. Una condizione, quindi, che nuoce a tutti i membri della famiglia rimandando ad un tempo indefinito ogni possibilità di evoluzione, cambiamento e crescita!
Qualora entrambi i partner manifestino la giusta motivazione alla richiesta di aiuto, sarebbe possibile intervenire attraverso un sostegno terapeutico che svincoli il figlio da questa malsana posizione e sostenga la coppia verso l’elaborazione del conflitto, delle dinamiche che hanno bloccato la relazione, ripristinando la comunicazione e i sani processi di negoziazione, lasciando così al figlio il solo ruolo che dovrebbe avere (di figlio, appunto!).
Importante è anche sottolineare che i processi di triangolazione non sono sempre disfunzionali e fonte di stress e malessere.
Ciò vale quando il ruolo di mediatore viene, ad esempio, assunto da un adulto, come può essere il caso del genitore chiamato ad intervenire per sedare e regolare un contrasto nato tra bambini che ancora non sono in grado di gestire autonomamente le proprie dinamiche relazionali.

Per approfondire:

  • Haley J., Il distacco dalla famiglia, Astrolabio, 1983;
  • Minuchin S., Famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, 1976;
  • Selvini Palazzoli M., Cirillo S., Selvini M., Sorrentino A. M., Giochi psicotici nella famiglia, Raffaello Cortina, 1988;
  • Walsh F., Ciclo vitale e dinamiche familiari, Ed. Franco Angeli, 1995.

Autrice: Ilaria Corona