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Miti familiari: credere per appartenere

La storia familiare permette di determinare quel fondamentale senso di appartenenza, di protezione e di identità al tempo stesso.
Questa resta ancorata nella memoria di ogni membro della famiglia, oltrepassando le generazioni, costituendo il cemento affettivo che lega tutti, tra realtà, racconti, fantasie, simboli e miti!
Ma cosa sono i miti familiari? A cosa effettivamente servono e quando possono diventare disfunzionali?
Quello del mito familiare può essere considerato un livello che rimane implicito, simbolico, il che equivale a renderlo nascosto e di difficile accesso.
Con il termine di Mito, si intende un complesso di credenze e di valori, spesso non consapevoli, che sono condivisi da tutti i membri della famiglia e che riguardano i ruoli specifici di ognuno, le posizioni che si devono occupare, in cui si determina un credo comune che identifica la famiglia e i suoi componenti.
Un vero e proprio mandato di lealtà familiare, fondamentale per garantire sicurezza e senso di appartenenza!
Queste specifiche credenze hanno, da una parte, il compito di mantenere la solidità dei legami e dei patti famigliari, colmando il bisogno di rassicurazione rispetto alle minacce esterne di divisione, ma al contempo funzionano come mezzo di resistenza al cambiamento.
Alcuni esempi di miti sono quello dell’armonia familiarenoi non litighiamo mai, andiamo d’amore e d’accordo, non ci sono mai stati conflitti nella nostra famiglia”; oppure quello dell’unitàpossiamo sempre contare gli uni sugli altri, siamo una famiglia molto unita e facciamo tutto insieme”.
Queste storie, questi modi di parlare ripetuti nel tempo e costantemente, hanno il potere di ricordare a tutti ciò che devono essere e, soprattutto, quello che non devono essere, i ruoli e i compiti specifici, le credenze tramandate lungo le generazioni.
Normalmente i miti si rivelano funzionali se mutano durante l’evoluzione della storia famigliare, con l’obiettivo di integrare e adattare i valori del passato alle esigenze e ai cambiamenti del presente.
Ma il sentimento di appartenenza fondato sul mito entra a volte dolorosamente in contrasto con i bisogni evolutivi dell’individuo, di autonomia e indipendenza.
Ogni persona può manifestare bisogni specifici che non sono in totale armonia con ciò che condivide il resto della famiglia, e per tale motivo il “trasgressore” può essere etichettato come sbagliato, strano o diverso dagli altri.
Nelle famiglie caratterizzare dalla presenza di miti rigidi e disfunzionali, le emozioni e i bisogni individuali specifici tendono a non trovare spazio di espressione e a non essere riconosciuti.
Questo può condurre alla conseguenza che eventuali richieste di aiuto si tramutino in sintomi somatici, lasciando che sia il linguaggio del corpo a funzionare da voce.
In accordo con quanto afferma Onnis, al mito seguono inevitabilmente i fantasmi di rottura, o di perdita, quei timori che qualsiasi movimento di autonomia o di crescita possano diventare una minaccia di disgregazione definitiva dell’unità famigliare, piuttosto che identificarli come una possibilità nuova di sviluppo e trasformazione dei legami, o di semplice maturazione degli affetti. Quando all’interno di una famiglia si assiste alla presenza rigida di miti, ciò che si verifica è un blocco evolutivo di tutto il sistema, non solo del singolo individuo, in cui “l’angoscia di separazione e di perdita, sembra impedire ogni processo di cambiamento congelando la famiglia in una sorta di mitico arresto del tempo”.
Una modalità utile per sbloccare la rigidità disfunzionale, creata attorno al mito, è indubbiamente costituita da un percorso di psicoterapia familiare.

Per approfondire:

  • Andolfi M., Angelo C., Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, 1987;
  • Ferreira A.J., Family myth and homeostasis, Archives of General Psychiatry, 1963;
  • Onnis L., Il tempo sospeso, Franco Angeli editore, 2004.

Autrice: Ilaria Corona