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“Mamma io non ho sonno!” Il legame tra l’addormentamento e la relazione col genitore

A quanti genitori sarà capitato di incontrare molte difficoltà nell’addormentare i propri figli o di dover contenere e mediare i numerosi rifiuti di andare a letto?
Soprattutto nella primissima infanzia, il sonno è da considerarsi come uno degli aspetti fondamentali attraverso cui viene ad essere trasmesso il messaggio di accudimento del bambino, e può, anche per gli stessi genitori, divenire fonte di rassicurazione e gratificazione o, al contrario, motivo di grande frustrazione e preoccupazione.
Una fase nella quale si possono sperimentare differenti tipologie di vissuti ed emozioni che, se disfunzionali, rischiano di minare il legame di attaccamento, l’indipendenza e l’autonomia del bambino, la sua capacità di autoregolazione e il suo bisogno di contenimento e di acquisizione di precise regole.
Importante è anche sottolineare che la capacità di regolare il proprio sonno è fortemente correlata alla natura della relazione che sussiste tra bambino e caregiver, ossia con il genitore considerato la figura di accudimento primaria, solitamente la madre.
Anche quando il caregiver assolve la funzione di base sicura, quindi di solida e rassicurante presenza, l’andare a dormire può essere sperimentato come momento di separazione, difficile da tollerare per entrambi, ed eventuali risvegli notturni, talvolta assolutamente non preoccupanti, possono anche essere letti come opportunità di riunione che garantiscono conforto.
Giocano un ruolo positivo nell’affrontare delicatamente la fase di separazione che il sonno comporta, quelli che Winnicott definisce come oggetti transizionali (una bambola, un peluche o una copertina), i quali hanno ruolo simbolico di mantenimento del contatto con la figura materna, una sorta di area al confine tra realtà interna ed esterna, rappresentativa della relazione madre/figlio, che rimanda rassicurazione ed affettività.
Esistono diverse modalità funzionali a questa fase di passaggio dalla veglia al sonno che permettono di agevolare la messa a letto e diminuire lo stato di preoccupazione causato dall’ansia da separazione, prevenendo anche eventuali disturbi del sonno.
È possibile, ad esempio, utilizzare pratiche quotidiane regolari e prevedibili, come il racconto di una fiaba, il bacio della buona notte o il bicchiere d’acqua sul comodino, utili per rievocare nel bambino l’associazione con il momento di dormire, aiutandolo ad avere controllo sui suoi stati interni e mitigando l’ansia.
Al contrario, l’assenza di rituali o di regole di orario, così come trasmettere l’idea che andare a dormire sia una punizione, possono aumentare il rischio di rendere difficile l’addormentamento, trasformando questo momento in qualcosa di angosciante e insostenibile.
Non tutti i genitori manifestano la stessa capacità di risposta ai segnali ed alle esigenze del bambino, in particolare quando il genitore sta attraversando una complessa fase del suo ciclo vitale a causa, a volte, di un disturbo specifico.
Se prendiamo, ad esempio, la condizione di depressione materna, questa patologia può incidere significativamente sulle personali funzioni di risposta ai bisogni del figlio, rendendo la madre poco reattiva e incoerente, creando interazioni inadeguate di ostacolo alla formazione di aspettative e sensazioni di sicurezza, necessarie per sopportare la separazione che il sonno richiede.
In conclusione, per quanto i disturbi del sonno, come i continui risvegli, l’eccessiva sonnolenza, gli incubi ricorrenti, le difficoltà dell’addormentamento o il pavor nocturnus possano apparire come specifiche problematiche del bambino, essi in realtà sottendono una disfunzionalità nella relazione col caregiver.

Per approfondire:

  • Freud A., Normalità e patologia del bambino, Feltrinelli, 1965;
  • Murgia V., Maidecchi A., Pagiotti R., Disturbi del sonno nel bambino, Aboca Edizioni, 2008;
  • Winnicott W. D., I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina, 1987.

Autrice: Ilaria Corona