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Tra adolescenza e immigrazione: storie di doppie origini e identità

L’adolescenza è una fase delicata del ciclo vitale, di transizione tra l’essere bambino e il diventare adulto, i cui compiti evolutivi riguardano, in particolar modo, la ricerca e la costruzione di un’identità stabile e solida, frutto di un compromesso tra il modo in cui l’adolescente viene visto dagli altri, e la sua capacità di differenziarsi in maniera autonoma.
Ancora più difficile e più complessa è la situazione delle cosiddette seconde generazioni.
Con esse intendiamo i figli di genitori immigrati nati in Italia o giunti in un secondo momento per seguire i familiari, ai quali ricongiungersi, a volte anche dopo tanto tempo.
Nella costruzione della propria identità, infatti, l’adolescente immigrato è chiamato a far fronte a numerosi cambiamenti, a mediare tra il desiderio di differenziazione e il bisogno di appartenenza ad un gruppo sociale, familiare o culturale, oltreché dei pari.
Ciò può comportare l’insorgenza di vissuti conflittuali sia rispetto alle proprie origini, sia verso i propri genitori, spesso percepiti come un ostacolo alla sua autonomia, percepita da loro come minaccia o tradimento delle proprie tradizioni.
Allo stesso tempo, i genitori possono essere sentiti come un modello debole con cui relazionarsi a causa del loro frequente isolamento sociale nel paese ospitante.
Per tali ragioni, all’adolescente di seconda generazione viene richiesto uno sforzo di mediazione e conciliazione tra due appartenenze, due culture, due identità, per poi affrontare una doppia separazione: quella dalla famiglia da cui acquisire autonomia, e quella dalla propria terra d’origine, a causa del processo migratorio.
Ciò lo potrebbe rendere doppiamente esposto al rischio di una frammentazione o di disagio psicologico spesso manifestato in sintomi depressivi, stati d’ansia o forte ribellione o aggressività nei confronti della famiglia.
Talvolta, la separazione e la sofferenza legate alla perdita del legame, vengono rese meno intense dai cosiddetti “oggetti di memoria”, oggetti portati con sé che simboleggiano la continuità di relazione e di identità, minacciate proprio dall’allontanamento da casa.
In questo quadro di complessità, l’importanza che l’adolescente immigrato venga sostenuto da contesti accoglienti, che facilitino l’elaborazione di emozioni eterogenee, primo fra tutti la scuola, che dovrebbe promuovere iniziative di integrazione, riducendo le occasioni di discriminazione.
Ma quali processi interni comporta il fenomeno migratorio nei figli di seconda generazione?
L’inserimento, spesso non voluto in un paese molto diverso dal proprio, per cultura, lingua, valori o tradizioni, mette a dura prova la capacità di adattamento dell’adolescente immigrato che cerca di adottare strategie differenti allo scopo di farsi accettare e riconoscere dalla nuova cultura.
Le scelte attuate in relazione alla doppia appartenenza possono comprendere:

  1.  l’assimilazione, ovvero l’adattamento che comporta il rifiuto della propria cultura d’origine;
  2. la marginalità, ovvero l’assoluta estraneità sia rispetto alla cultura d’origine che a quella attuale;
  3. l’identità reattiva, ovvero l’esclusivo riferimento alla propria cultura d’appartenenza;
  4. l’identità mista, che comporta l’integrazione e armonizzazione di entrambe le culture.

Rispetto ai genitori immigrati che presentano spesso un grande problema identitario, i figli oscillano nella costruzione della propria identità tra la perdita di alcuni valori e l’acquisizione di altri ottenuti attraverso lo sviluppo di un senso di appartenenza ad un nuovo gruppo.
Un’altra difficoltà all’ingresso al nuovo paese è strettamente legata alla lingua che, soprattutto all’inizio, si traduce in una difficoltà di comunicare con gli altri e dunque aumentare il senso di disorientamento e di alienazione dalla società di accoglienza, con conseguente aumento di ansia.
Perché non si manifesti un conflitto intergenerazionale tra la generazione precedente (quella dei genitori immigrati che incarnano le origini) e l’attuale generazione (rappresentata dal nuovo contesto di inserimento), un ruolo fondamentale spetta proprio ai familiari e alle figure di riferimento nel facilitare la costruzione di una identità stabile.
Si parla, quindi, di doppia autorizzazione: da un lato i genitori devono “autorizzare” i figli ad adattarsi al nuovo contesto, senza per questo sentirsi di tradire le proprie origini e avere sensi di colpa derivati da lealtà familiari, dall’altro i figli devono “autorizzare” i genitori a vivere la loro cultura d’appartenenza senza doverla rinnegare, mostrando interesse per il loro passato, in un processo circolare e reciproco.

Per approfondire:

  • Andolfi M., La mediazione culturale. Tra l’estraneo e il familiare, Ed. Franco Angeli, 2005;
  • Mancini T., Adolescenza, identità e immigrazione. Continuità e discontinuità culturali
    nelle seconde generazioni d’immigrati, Ricerca Psicoanalitica, XIX, 2, 2008;
  • Scabini E., Cigoli V., Il famigliare: legami, simboli e transizioni, Ed. Cortina, 2000.

Autrice: Lorella Cartia