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Il mobbing: un duro “lavoro” di esclusione!

Il mobbing è caratterizzato da una condizione di costante violenza psicologica agita all’interno del contesto lavorativo ai danni di un membro del gruppo.

Tale crescente fenomeno, se ci si sofferma a riflettere sulle cause principali da indicare come responsabili della sua espansione, in parte sembrerebbe essere correlato alla condizione di precarietà, instabilità e incertezza lavorativa in cui in molti riversano e che condurrebbe a reazioni di aggressività finalizzate ad una personale difesa, una lotta per il mantenimento della propria posizione lavorativa, laddove questa venga percepita come minacciata.

Il termine mobbing (assalire in massa) fu utilizzato per la prima volta, in ambito psicologico, da Heinz Leymann negli anni ’80 per indicare comportamenti di coalizzazione e successivo attacco di un gruppo di lavoro contro un singolo membro, connotati da violenza e aggressività finalizzata alla sua esclusione.

Il mobbing riduce la persona ad una solitudine estrema, in uno stato di tale vulnerabilità a seguito delle vessazioni e prevaricazioni continue che subisce nell’arco di un lungo periodo di tempo, le quali hanno l’effetto di recare numerosi danni psicologici che investono non solo il rendimento lavorativo e le relazioni presenti in questo contesto, ma anche la vita fuori, familiare e sociale, della vittima.

Ma chi sono i protagonisti del mobbing?

Da una parte troviamo il mobber che può essere rappresentato dall’azienda stessa, dai colleghi o anche dalle persone che ricoprono un ruolo di subordinazione alla vittima, e dall’altro colui che subisce tali gravi attacchi, appunto la vittima stessa.
È possibile inserire tra i protagonisti anche le figure degli spettatori, ossia di coloro che non prendono direttamente parte alle aggressioni, non hanno quindi un ruolo attivo, ma che, seppur non intenzionalmente, aiutano il mobber nel suo violento progetto semplicemente non intervenendo, assistendo passivamente a situazioni che comunque osservano, percepiscono e vivono, divenendo veri e propri sostenitori del conflitto.
Il mobber è colui che direttamente esercita le azioni violente, perpetuandole nel tempo e aumentando gradualmente il livello di aggressività.
Il mobber viene solitamente descritto come incapace di provare empatia, opportunista e motivato alla relazione solo da scopi utilitaristici che lo porterebbero a ritenere di poter trarre profitto dall’esclusione della vittima dall’ambiente lavorativo.
I disagi che le vittime presentano sono caratterizzati da iniziale difficoltà di concentrazione e facilità alla distrazione, oltre che da un aumento del senso di fatica sul lavoro.
Ciò produce un abbassamento della capacità di resa produttiva che a sua volta aumenta le preoccupazioni della vittima e le occasioni di attacco da parte del mobber.
Chi subisce mobbing manifesta a lungo andare anche una serie di quadri sintomatologici caratteristici che si traducono in malattie psicosomatiche, depressione, forte stress e patologie stress correlate oltre ad assenteismo e licenziamento.
Una domanda necessaria da porsi è come la vittima venga scelta, quali siano cioè le caratteristiche che portano una persona ad essere presa come bersaglio dal mobber.
È evidente che questa scelta non sia da attribuire al caso!
Specifiche caratteristiche di personalità e di comportamento hanno un ruolo basilare nel determinare la vittimizzazione.
Tra queste si ritrovano scarse abilità sociali e incapacità di gestione dei conflitti, fattori che aumenterebbero il rischio di vulnerabilità alla spiccata conflittualità manifestata dal mobber.
Un incastro patologico, funzionale nella sua totale disfunzionalità!
Con questo non si vuole cadere nell’equivoco di attribuire delle responsabilità a chi subisce violenza, ma in parte spiegare anche la sua difficoltà nel riconoscere prima e contrastare poi la natura spesso subdola, e non da subito palese, delle aggressioni.
Vista l’enorme pericolosità e le preoccupanti conseguenze, anche a lungo termine, degli effetti devastanti di questo fenomeno, è importante poter riconoscere il mobbing sin dai primissimi segnali ed intervenire tempestivamente, anche richiedendo un aiuto esterno.

Per approfondire:

  • Ege H., Mobbing. Conoscerlo per vincerlo, Franco Angeli, 2001;
  • Ferrari G., Penati V., Il mobbing e le violenze psicologiche, Ferrarisinibaldi, 2011;
  • Iacolino C., Mobbing. Psicopatologia organizzativa e disfunzionalità affettivo/relazionale, Monduzzi, 2011.

Autrice: Ilaria Corona