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Il paradosso della terapia: la paura del cambiamento

La decisione di intraprendere un percorso di psicoterapia non è mai una scelta facile o immediata ma spesso ci si rivolge ad un terapeuta quando la situazione ci sembra ormai inevitabilmente fuori dal nostro controllo e fonte di una grande sofferenza con la richiesta esplicita di cambiare lo stato delle cose ed eliminare quei sintomi espressione di un disagio percepito come intollerabile e invalidante.
Eppure, sebbene desideriamo dare una svolta ad una situazione di impasse, non infrequentemente assistiamo ad un blocco della terapia o a scarsi risultati, spesso in un momento che sembrava cruciale per i suoi esiti.
Che succede? Davvero siamo pronti ad ottenere un cambiamento e a modificare i nostri schemi e le vecchie modalità per abbracciare nuove prospettive? O sono gli altri che desideriamo cambiare?
Spesso, infatti, pur fortemente motivati, sperimentiamo una grande paura di cambiare al punto di rendere preferibile il mantenimento dello status quo anche se doloroso.
Dietro alla richiesta esplicita di aiuto, allora, si nasconde un vero e proprio paradosso della terapia che il paziente rivolge inconsciamente al terapeuta, ovvero la richiesta paradossale: “Aiutami a cambiare senza che nulla cambi!”.
Ma da dove viene questa paura del cambiamento?
All’interno di questa paura possiamo riconoscere delle spinte interne che si oppongono al cambiamento percepito come una minaccia all’equilibrio omeostatico che, seppur disfunzionale, la persona si è riuscita faticosamente a costruire e le garantisce una parvenza di stabilità.
Tali forze interne comprendono ad esempio la paura di diventare un’altra persona non riconoscendosi più dopo un percorso terapeutico, la paura di perdere una propria identità stabile e ben definita, la paura dell’ignoto o del nuovo, la paura di cambiare abitudini.
Esse mettono in discussione ciò che eravamo fino a poco tempo prima e le nostre difese che ci avevano permesso di proteggerci dalle nostre vulnerabilità e per questo considerate intoccabili, anche se spesso disadattive e disfunzionali.
Succede così che anche la sofferta scelta di una terapia o il suo decorso rischi di essere più volte minacciata o non porti ai risultati sperati nonostante si abbia la consapevolezza di uno stato di malessere e la necessità di abbandonarlo.
Frasi come “Vorrei cambiare ma non posso” o “Non voglio cambiare completamente ma solo alcuni aspetti” o ancora “Sono gli altri che devono cambiare, non io!” diventano molto frequenti proprio per la difficoltà di abbandonare i vecchi schemi emotivi e comportamentali che, pur nella loro disfunzionalità, ci garantivano comunque uno pseudoequilibrio quantomeno conosciuto e pertanto più rassicurante.
Accanto alle caratteristiche del paziente come la capacità di affidarsi agli altri (compreso il professionista), le precedenti esperienze personali, la gravità dei sintomi e la motivazione intrinseca al cambiamento, un ruolo fondamentale nel processo di cambiamento in terapia viene svolto anche dalle caratteristiche del terapeuta e dalla relazione che si viene a creare tra paziente e terapeuta.
Al terapeuta viene richiesto, infatti, di sintonizzarsi con i bisogni emotivi del paziente, accogliendo le sue resistenze e leggendole empaticamente come difese da rispettare prima di abbatterle.
Solo una volta accolte e comprese tali paure, possiamo esplorare in sicurezza i molteplici aspetti della nostra personalità in maniera più approfondita e da una nuova prospettiva anche attraverso l’uso di risorse fino a quel momento non sfruttate o che non sapevamo di possedere.

Per approfondire:

  • Elkaim M., (1981), Non equilibrio, caso e cambiamento in terapia familiare, in Terapia Familiare, 9, 1981;
  • Guidano V., La complessità del sé, Boringhieri, 1988;
  • Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G., Paradosso e controparadosso, Feltrinelli, 1975.

Autrice: Lorella Cartia