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Più forti del dolore: la resilienza

Ogni volta che cadi, raccogli qualcosa
(Oswald T. Avery)

Davanti agli eventi negativi come possono essere una situazione conflittuale, le delusioni quotidiane, fino a situazioni stressanti o traumatiche come lutti, violenze, malattia grave, perdita del lavoro, separazione, la nostra capacità di tollerare ed affrontare la sofferenza viene messa a dura prova spezzando l’equilibrio che ci eravamo, a volte faticosamente, costruito e mettendoci davanti a domande senza risposta come “Qual è il senso di quello che è successo?” o “Perché proprio a me?” che hanno come effetto inevitabile quello di bloccarci.
Parliamo di resilienza, termine mutuato dal mondo ingegneristico (con cui si designa la capacità di un materiale di non spezzarsi a seguito di un urto improvviso), per indicare proprio la capacità dell’uomo di affrontare con successo un evento altamente stressante o traumatico e di riorganizzarsi in maniera nuova e costruttiva con il risultato di sentirsi, nel tempo, fortificato.
Tale risorsa permette, non solo di sopportare e resistere alle pressioni ambientali, ma di porsi in maniera dinamicamente attiva e positiva rispetto agli eventi futuri di vita.
Pur essendo la resilienza una capacità appartenente e insita nella natura umana, non tutte le persone reagiscono allo stesso modo davanti ad eventi di forte stress: alcune riescono ad uscirne senza conseguenze irreparabili, altre invece ne vengono sopraffatti e, in alcuni casi, tendono a sviluppare una vera e propria psicopatologia.
Ma da cosa dipende l’essere resilienti e cosa ostacola tale processo?
Ciò che stabilisce la qualità della resilienza è strettamente correlato alla qualità delle risorse personali di ognuno e delle relazioni presenti prima e dopo l’evento stressante.
Nello specifico, la resilienza di ognuno di noi riceve l’influenza da diversi fattori individuali, familiari e relazionali, sociali.
• tra le caratteristiche individuali occorre ricordare l’ottimismo, inteso come la capacità di leggere anche le situazioni più stressanti come transitorie cogliendone il lato positivo indispensabile per non essere oppressi e funzionale a ricercare soluzioni ai problemi; locus of control interno, ovvero la consapevolezza e la fiducia che il risultato delle proprie conquiste sia frutto delle proprie capacità; l’autostima che determina una maggiore tolleranza alle critiche o allo stress, preservando il proprio benessere psicofisico; strategie di coping, ovvero quei meccanismi psicologici che permettono l’adattamento all’ambiente circostante, e l’empatia.
• tra le caratteristiche familiari e relazionali fondamentali sono stili comunicativi adeguati in famiglia o negli altri contesti di riferimento; l’assenza di conflittualità, solidità dei legami familiari e relazionali costruiti prima e dopo l’evento stressante, buona apertura verso l’esterno;
• tra le caratteristiche sociali, la presenza di una rete sociale di supporto (parenti e amici), ovvero persone disponibili all’ascolto a cui poter raccontare l’accaduto e condividere i vissuti negativi relativi all’evento facilitando il liberarsi dal peso del proprio dolore senza percepire giudizi o condanne da parte degli altri.
Se è vero che alcune ferite possono non guarire mai completamente, ogni trauma può diventare, se non viene vissuto in maniera totalmente paralizzante o come una punizione superiore, come un’opportunità di crescita personale e di miglioramento della propria vita con l’aiuto esterno e con il tempo sufficiente a consentirne l’elaborazione.

Per approfondire:

  • Cantoni, F., La resilienza come competenza dinamica e volitiva, Giappichelli Ed., 2014;
  • Cyrulnik, B., I brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere. Ed. Frassinelli, 2002;
  • De Filippo, A., Stress e resilienza. Vincere sul lavoro, Edizioni Psiconline, 2007;
  • Seligman, M.E.P., Imparare l’Ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Giunti, 1996.

Autrice: Lorella Cartia