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Tra passato e futuro: i vissuti psicologici del bambino adottato

Come per i genitori adottivi, le cui fantasie di perdita del ruolo biologico e la mancata elaborazione di tale lutto possono rendere difficile il processo di adozione, anche per il bambino adottato sono in atto meccanismi delicati che, in virtù della sua storia e dei suoi vissuti abbandonici, lo hanno fatto spesso percepire come non desiderato e dunque svalorizzato.
La qualità delle cure genitoriali, infatti, in particolari materne, lascia inevitabilmente un’impronta nella vita psichica di ogni essere umano e le primitive esperienze vissute dal bambino, se non adeguate al suo livello di sviluppo e non esperite nell’ambito di un positivo rapporto genitoriale, si delineano come potenziali fattori traumatici.
Il bambino adottato è un bambino traumatizzato, che ha cioè subito il trauma dell’abbandono.
Esso non determina mai una patologia ma attiva dei meccanismi di difesa.
Se poi, questi ultimi non vengono sufficientemente elaborati, allora si può evolvere verso una forma di psicopatologia.
Freud, prima del 1896, era convinto che dietro ogni patologia vi fosse un trauma di natura sessuale cioè una reale seduzione sessuale infantile prevalentemente ad opera di bambinaie, zii, parenti.
A partire dal 1897, Freud smentisce la teoria del trauma sessuale sostenendo che i suoi pazienti mentono perché non si tratta di un trauma reale ma fantasmatico ovvero il trauma è legato all’elaborazione cosciente e fantasmatica che il paziente fa del trauma stesso.
Secondo Freud, questa elaborazione è legata esclusivamente all’individuo e alla sua storia personale, mentre secondo il pensiero di autori come Winnicott e Bowlby, essa è legata prevalentemente al rapporto con le figure genitoriali.
Tra gli indicatori di problemi di attaccamento nei bambini grandi vi è soprattutto un affetto indiscriminato o fiducia immediata verso gli estranei, che si verifica frequentemente nei bambini vittime di abuso sessuale, nei quali si riscontra una tendenza alla ritraumatizzazione, legandosi a persone che possono riattivare il trauma precedente.
Dove c’è affetto indiscriminato vi è, di frequente, una deprivazione di cure.
Prima dei 7-8 anni il bambino non ha ancora maturato il senso della perdita della propria famiglia d’origine, mentre tra i 7 e i 12 anni ha una visione più completa della propria condizione e sviluppa la consapevolezza della perdita.
Negli anni della preadolescenza, invece, una caratteristica importante è data dalla creazione del “romanzo familiare”, cioè molti ragazzi fantasticano di avere una famiglia diversa dalla propria, una famiglia “ideale” e che quelli con cui vivono non sono i veri genitori.
Questo romanzo è propedeutico al passaggio verso la conquista dell’autonomia tipica dell’adolescenza.
Nei bambini adottati, il romanzo familiare è invertito: essi cioè idealizzano la famiglia adottiva e svalutano quella d’origine per paura di essere abbandonati.
Queste problematiche vengono accentuate nell’adolescenza, in cui ogni ragazzo cerca di costruire e conquistare una propria identità.
La verità narrabile si completerà attraverso il trascorrere del tempo, rispondendo ai bisogni esplicitati di un bambino più grande, accettandone non solo i bisogni, ma anche i conflitti interni.
Perché il bambino o l’adolescente possa raggiungere uno stato adeguato di autonomia è necessario che egli non rifiuti il suo passato, per quanto doloroso o vergognoso, e che possa inserirlo nella sua storia personale, dando alla sua origine e al suo passato il giusto risalto, anche con l’aiuto del genitore adottivo e della reciproca capacità di parlare di quanto successo in modo sereno.

Per approfondire:

  • Andolfi M., La crisi della coppia, Raffaello Cortina Editore, 1999;
  • Haley J., Terapie non comuni. Tecniche ipnotiche e terapia della famiglia, Ed. Astrolabio, 1976;
  • Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, Il Mulino, 2002.

Autrice: Lorella Cartia