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“Non è giusto!”. Il senso di ingiustizia nei bambini

Non è giusto!” è una delle frasi più frequenti nell’infanzia.
Compare all’improvviso, spesso accompagnata da lacrime, rabbia o chiusura, e può mettere in difficoltà gli adulti che faticano a distinguere tra capriccio e reale percezione di torto.
In realtà, il senso di ingiustizia nei bambini rappresenta un passaggio evolutivo fondamentale: è il segnale che stanno costruendo un proprio sistema di valori, un’idea di equità e un bisogno profondo di essere riconosciuti.
Già nei primi anni di vita, i bambini sviluppano una certa sensibilità verso questo tema.
Tuttavia, fino ai 6-7 anni circa, la loro idea di giustizia è prevalentemente egocentrica: ciò che è “giusto” coincide con ciò che soddisfa il proprio bisogno immediato.
Quando un bambino protesta per un’ingiustizia, non sta semplicemente chiedendo di avere “di più”, ma sta cercando di dare senso a un’esperienza emotiva complessa.
La percezione di essere stati trattati in modo diverso o penalizzante può attivare vissuti di esclusione, svalutazione o perdita di controllo.

Ma cosa c’è dietro quel “non è giusto”?

Il senso di ingiustizia è spesso il punto di incontro tra emozioni intense e capacità cognitive ancora in via di sviluppo. Il bambino può percepire una disparità, ma non sempre riesce a comprenderne le ragioni o a tollerarla.
Dietro quella protesta possono esserci:

  • bisogno di equità: il desiderio che le regole siano chiare e condivise;
  • bisogno di appartenenza, per es. sentirsi trattati come gli altri;
  • bisogno di riconoscimento emotivo, ovvero essere visti e considerati nella propria unicità.

È importante sottolineare che, per il bambino, giustizia non significa sempre uguaglianza.
Tuttavia, questa distinzione (tra “uguale” ed “equo”) è una conquista che richiede tempo, esperienza e accompagnamento adulto.

Qual è il ruolo dell’adulto?

Di fronte al senso di ingiustizia, l’adulto è chiamato a svolgere una funzione delicata: non tanto stabilire chi ha ragione, ma aiutare il bambino a comprendere ciò che sta vivendo e contenere le sue emozioni dando senso a ciò che sta provando.
Alcuni atteggiamenti possono favorire questo processo:

  1. Accogliere l’emozione senza sminuirla. Frasi come “non è niente” o “stai esagerando” rischiano di invalidare l’esperienza del bambino. È più utile riconoscere: “Capisco che ti sembra ingiusto, ti ha fatto arrabbiare.”.
  2. Offrire una spiegazione coerente. I bambini hanno bisogno di regole comprensibili e prevedibili. Spiegare il perché di una decisione aiuta a costruire fiducia e senso di sicurezza.
  3. Distinguere tra uguaglianza ed equità. Ad esempio: “A tuo fratello serve più tempo perché è più piccolo, ma questo non significa che tu valga meno.
  4. Favorire la mentalizzazione. Aiutare il bambino a riflettere sui punti di vista altrui (“Secondo te, come si è sentito l’altro?”) sostiene lo sviluppo dell’empatia.

In alcuni casi, il vissuto di ingiustizia può assumere una forma più rigida e frequente.
Il bambino appare costantemente in protesta, interpreta molte situazioni come sfavorevoli e fatica a tollerare anche minime frustrazioni.
Queste manifestazioni possono essere collegate ad esperienze ripetute di non riconoscimento; contesti educativi incoerenti o poco prevedibili; difficoltà nella regolazione emotiva.
In queste situazioni, è importante non etichettare il bambino come “lamentoso” o “capriccioso”, ma interrogarsi su quali bisogni non trovano risposta.
Se accompagnato adeguatamente, il senso di ingiustizia evolve in una competenza preziosa: la capacità di riconoscere i diritti propri e altrui, di sviluppare empatia e di orientarsi eticamente nelle relazioni.
Ecco che quel “non è giusto!” può diventare, nel tempo, la base per una sana assertività, il rispetto delle regole condivise e la sensibilità verso le disuguaglianze.
Accogliere questa esperienza significa offrire al bambino uno spazio in cui le emozioni possono essere pensate, nominate e trasformate.
Ed è proprio in questo spazio che prende forma una delle competenze più importanti per la vita: la capacità di stare nelle relazioni senza perdere se stessi.

Per approfondire

  • Baumrind D., Genitorialità e sviluppo del bambino, Il Mulino, 2014;
  • Piaget J., Il giudizio morale nel bambino. Giunti, 2000;
  • Siegel D. J., Bryson T. P., La mente del bambino, Raffaello Cortina Editore, 2013;
  • Winnicott D. W., Gioco e realtà, Armando Editore, 1974.

Autrice: Lorella Cartia

 

 

 

 

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