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Reminiscence bump: perché ricordiamo meglio gli anni della giovinezza?

Ci sono canzoni che, dopo molti anni, riescono a riportarci improvvisamente in un luogo preciso. Un profumo può far riaffiorare una persona a cui non pensavamo da tempo. Una fotografia può restituirci emozioni, volti e momenti che sembravano dimenticati.

Ma perché alcuni periodi della nostra vita sembrano rimanere impressi nella memoria più di altri?

Quando ripercorriamo la nostra storia personale, molti dei ricordi più vivi sembrano concentrarsi in un periodo particolare: quello dell’adolescenza e della prima età adulta.
Questo fenomeno, studiato dalla psicologia, prende il nome di reminiscence bump.

Che cos’è il Reminiscence Bump?

Il reminiscence bump è un fenomeno della memoria autobiografica che descrive la maggiore presenza di ricordi relativi agli anni dell’adolescenza e della prima età adulta.
Quando chiediamo a una persona di raccontare gli episodi più importanti della propria vita, spesso emerge una concentrazione significativa di ricordi collocati, indicativamente, tra i 10 e i 30 anni.
Questo non significa che ciò che accade successivamente venga dimenticato. Eventi importanti come un matrimonio o la nascita di un figlio possono rimanere impressi profondamente.
Tuttavia, gli anni della giovinezza sembrano occupare uno spazio speciale nella nostra memoria.

Ma perché? Perché ricordiamo meglio gli anni della giovinezza?

Una delle spiegazioni principali riguarda il fatto che durante l’adolescenza e la prima età adulta viviamo molte esperienze che contribuiscono alla costruzione della nostra identità.
Sono gli anni in cui iniziamo a chiederci: “Chi sono davvero? Che persona voglio diventare? Quali valori sento come miei? Che futuro desidero costruire?”.
In questa fase della vita sperimentiamo cambiamenti, scelte e situazioni nuove che possono lasciare una traccia particolarmente significativa.
Il reminiscence bump, quindi, non riguarda semplicemente il fatto di ricordare meglio. Riguarda anche il modo in cui alcuni eventi diventano parte della storia che raccontiamo a noi stessi.
La giovinezza è spesso il periodo delle grandi prime volte. Il primo amore. La prima amicizia davvero importante. Il primo viaggio senza la famiglia. Il primo lavoro.
Le esperienze nuove tendono a essere ricordate più facilmente perché interrompono la routine e richiedono una maggiore attenzione.
Quando qualcosa accade per la prima volta, spesso lo viviamo con maggiore intensità.
La memoria sembra particolarmente sensibile a ciò che percepiamo come nuovo, significativo e trasformativo.
Anche le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella memoria.
Non ricordiamo tutti gli eventi allo stesso modo. Alcune esperienze rimangono impresse perché sono state accompagnate da emozioni intense.
Molti ricordi di questo periodo rimangono con noi proprio perché sono collegati a momenti in cui abbiamo provato emozioni profonde e abbiamo iniziato a definire chi eravamo.
La memoria autobiografica non è soltanto una raccolta di informazioni sul nostro passato, è uno degli strumenti attraverso cui costruiamo il senso della nostra identità.
Ricordare significa anche collegare gli eventi della nostra vita e dare loro un significato: la memoria non conserva tutto in modo neutrale, tende a selezionare, reinterpretare e attribuire significati.
Per questo possiamo ricordare alcuni periodi come particolarmente felici, dimenticando le difficoltà e le incertezze che avevamo vissuto allora.
I ricordi della giovinezza appartengono anche a una generazione, in questo senso, la memoria è un processo dinamico. Ogni volta che ricordiamo un evento, lo rileggiamo anche attraverso la persona che siamo oggi: un’esperienza che a vent’anni ci sembrava un fallimento può assumere, molti anni dopo, un significato completamente diverso. Un amore può essere ricordato con tenerezza. Una perdita può diventare parte di un processo di crescita. Una scelta difficile può apparire, guardando indietro, come un passaggio necessario.
I ricordi, quindi, non sono soltanto fotografie del passato, sono anche interpretazioni che cambiano insieme a noi.
Ogni volta che ricordiamo chi siamo stati, possiamo anche chiederci chi siamo oggi.
E forse, soprattutto, possiamo domandarci: “Quali nuovi ricordi desideriamo costruire da questo momento in poi?”.

Per approfondire

  • Erikson E. H., Gioventù e identità, Armando Editore, 1995;
  • Jansari A., Parkin A. J., La memoria autobiografica e la costruzione del sé, Psicologia Contemporanea;
  • Singer J. A., Narrative Identity and Meaning Making Across the Adult Lifespan, Journal of Personality, 2004.

Autrice: Lorella Cartia

 

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