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Identità di genere: chi sono, chi sento di essere, chi dicono che io sia!

Il concetto di identità di genere può essere definito come la profonda e personale convinzione di sentirsi uomo o donna, ossia appartenere al genere maschile o femminile in cui ogni persona intimamente si identifica.
Da sottolineare, però, quanto tale identificazione non necessariamente corrisponde all’appartenenza biologica o all’orientamento sessuale.
Ma quali sono i fattori che la determinano?
Già dal 1905, con Freud, si è iniziata a dare sempre più importanza alla condivisione delle esperienze relazionali che il bambino fa nei primissimi anni di vita (0-3 anni, circa), periodo del ciclo vitale in cui si forma il sentimento di appartenenza ad un genere sessuale.
Fondamentale è, inoltre, distinguere l’identità di genere dal ruolo di genere che rimanda al sociale, alla posizione che si assume in relazione agli altri e ai loro rispettivi ruoli.
Il ruolo di genere è quindi considerato come l’insieme dei comportamenti attivati all’interno delle relazioni sociali e condizionati, nella loro descrizione, dal contesto culturale di appartenenza che li riconosce come caratteristici dei maschi o delle femmine.
Ecco allora che il ruolo di genere appare come forma di adattamento, o tentativo di adattamento, a quelle norme socialmente condivise.
A volte identità e ruolo di genere, invece di essere correlati, sono disgiunti, causando dinamiche interne altamente conflittuali e stati di profonda sofferenza, tipici di particolari condizioni patologiche.
Come precedentemente accennato, nella formazione della personale identità di genere giocano un ruolo basilare le precoci esperienze infantili e come tali esperienze siano state mediate ed accompagnate dall’atteggiamento genitoriale, oltre alle prime esperienze di esplorazione e conoscenza del proprio corpo.
Il mondo familiare non può che essere considerato come co-costruttore dell’identità di genere così come il contesto emotivo che aleggia attorno al bambino anche prima della sua stessa nascita che influenzano la relazione tra quella che è la realtà biologica e il mondo psichico, a volte non coincidenti, rendendo complessa la definizione della sessualità.
Ad esempio, in un sistema familiare caratterizzato da una forte dinamica di unità che si ritiene debba essere tutelata contro ogni rischio di minaccia di disgregazione, qualunque eventuale cambiamento o movimento di ricerca della propria identità personale, potrebbe essere vissuto dal sistema stesso come un rischio di rottura del proprio equilibrio interno.
Questo schema rigido potrebbe rendere davvero complesso il riconoscimento dei personali bisogni, la discriminazione delle proprie emozioni o delle sensazioni fisiche che rimandano alla dimensione del corpo, a volte addirittura percepito come separato da sé.
La non possibilità di sperimentare la separazione psicologica dalle figure genitoriali condurrebbe così nella direzione di non acquisire un’idea di stabilità del proprio corpo, di percepirlo differenziato, rendendo incerta l’identità personale e di genere.
In gioco c’è quindi il riconoscimento totale ed integrato di se stessi, quell’essenza intima dell’essere in cui ci si sente a proprio agio nell’identificarsi!

Per approfondire:

  • Birraux A., L’adolescente e il suo corpo, Borla, 1993;
  • Freud S., Tre saggi sulla teoria della sessualità, Bollati Boringhieri, 1905;
  • Jacobson E., Il Sé e il mondo oggettuale, Martinelli, 1974;
  • Lowen A., Il tradimento del corpo, Edizioni Mediterranee, 1997;
  • Onnis L., Corpo e contesto, NIS, 1985.

Autrice: Ilaria Corona