La fatica della leggerezza: la cultura dell’ottimizzazione permanente
Viviamo in un’epoca in cui “migliorarsi” è diventato quasi un imperativo quotidiano: migliorare carriera, relazioni, benessere, immagine, presenza online, efficienza, produttività.
Le generazioni più giovani (Z, alpha) sono immerse in ambienti digitali che accentuano il confronto e la visibilità, quindi anche il peso dell’ottimizzazione.
I dati della psicologia clinica mostrano un aumento di ansia, burnout, sensazione di insoddisfazione nonostante “successi” (ad esempio: impatti psicologici della pandemia).
Eppure questa costante pressione al miglioramento porta con sé anche un lato oscuro: la fatica di essere sempre all’altezza, di compiere i passi giusti, di trasformare ogni errore in opportunità, di restare “ottimizzati”.
Questa dinamica può generare frustrazione quando non si raggiungono i traguardi, senso di colpa se si “cede”, auto-giudizio severo se non si è “perfetti”.
Dal punto di vista clinico, possiamo collegarlo al perfezionismo, all’ansia di fallire, o a una sorta di “resistenza” al cambiamento perché il cambiamento stesso è divenuto un’altra prestazione.
Alcuni “piccoli” segnali possono essere sentirsi sempre «in corsa», avere la sensazione di dover “dar di più” anche quando si è stanchi, essere costantemente con l’antenna accesa su se stessi, misurando: quanto sto migliorando? Quanto sto perdendo? Quanto sono “abbastanza”?
Questo può tradursi in: difficoltà a concedersi pause, sensi di colpa quando si riposa, sentimenti di inferiorità se qualcuno “sta facendo meglio”.
Un elemento cruciale è la relazione con il fallimento: se fallire diventa una discesa verso essere “meno persona”, il rischio è evitare, procrastinare, immobilizzarsi.
Un pensiero efficace potrebbe essere considerare il “non perfetto” non come un difetto da nascondere, ma come parte della vita, come segnale di umanità.
In questo contesto digitale, i social media amplificano questo fenomeno: mostrano versioni “ottimali” di vite, successi, corpi, relazioni.
Questo può alimentare confronti costanti e far crescere l’impressione di “non farcela” oppure “non essere al passo” con il risultato di un’eccessiva auto-monitorizzazione digitale che può alimentare ansia, disconnessione emotiva, senso di distacco da sé.
Quali strategie per un’ottimizzazione sostenibile?
Alcune proposte utili e funzionali potrebbero essere:
- Ridisegnare il “successo” personale. Domandarsi: cosa significa per me “stare bene”? Quali aspetti della mia vita sono davvero importanti? È importante distinguere tra obiettivi auto-determinati (scelti da me) e obiettivi eterodeterminati (che senti imposti dalla società/contesto). Dare spazio all’idea che “essere ok” non significa “essere perfetto”.
- Praticare la gentilezza verso sé stessi. Incorporare momenti in cui si smette di “migliorare” e si accetta. Ad esempio: riconoscere i propri limiti oggi, lodare ciò che è andato bene (anche piccolo), concedersi “tempo senza obiettivi”.
- Ritmo e pause intenzionali. Costruire “zone di non-ottimizzazione”: momenti in cui non misuri, non produci, non confronti. Uso consapevole del digitale, ovvero stabilire limiti all’esposizione sociale/online. Pratiche semplici possono essere meditazione, camminata, attività creativa anche “senza scopo”.
- Fallimento come feedback, non come condanna. Riformulare mentalmente l’errore: non «sono un fallimento» ma «ho ricevuto un segnale da cui imparare». Cosa ho imparato? Quale parte posso mantenere? Quale posso lasciare?
- Comunità e relazioni autentiche. Condividere vulnerabilità: il fatto di non essere “sempre al meglio” può essere uno spazio per connessione. Costruire relazioni in cui la prestazione non è l’unico linguaggio.
Migliorarsi è una bellissima aspirazione, ma migliorarci non deve diventare un’ossessione, un dovere, un metro costante di valore personale ma un proteggere e preservare la nostra essenza umana fatta di limiti, riposo, creatività non finalizzata, soddisfazioni anche piccole.
Per approfondire:
- Borgna E., La fragilità che è in noi, Feltrinelli, 2018;
- Goleman D., Senge P., Il potere della consapevolezza, Rizzoli, 2020;
- Norcia A., La società della prestazione. Come uscire dall’ansia da risultato, Il Mulino, 2021;
- Recalcati M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, 2017.
Autrice: Lorella Cartia