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Mamma e senso di colpa: chi è nato prima?

Diventare madre è un processo trasformativo che coinvolge innumerevoli aspetti emotivi, pragmatici, fisiologici, non solo individuali, ma anche di coppia e famigliari.
Nonostante l’unicità e l’esclusività di questa fase di vita, c’è una cosa che ha accomunato la maggior parte delle mamme almeno una volta: il senso di colpa!
Qualunque sia la motivazione, non aver mantenuto una promessa, un rimprovero dettato da troppa stanchezza o rabbia, il non aver dedicato abbastanza tempo o non aver esaudito una richiesta, ad un certo punto fa capolino inesorabile lui, il senso di colpa, implacabile, spietato, che come una sentenza, si unisce alla falsa convinzione di non essere una brava mamma.
Questo diventa, spesso, ancora più presente in donne che hanno raggiunto una buona posizione lavorativa e che, dopo aver intensamente desiderato un figlio e dedicato loro se stesse a tempo pieno, riprendono il lavoro non senza rimorsi, tormenti e fantasie persecutorie autoindotte.
Ma da dove viene il senso di colpa di una mamma?
E perché questa tematica sembra essere così pregnante nelle mamme mentre, a parità di condizione, un papà sembra esserne immune?
Sicuramente, grande parte è figlia di retaggi culturali che vedono ancora l’accudimento come quasi interamente delegato alla donna, anche se la realtà attuale sta finalmente cambiando, ed il ruolo femminile destreggiarsi tra i molteplici contesti di vita e le relative funzioni.
A ciò si aggiunge una vera e propria idealizzazione della maternità, testimoniata quotidianamente dai social network che rimandano un’immagine irrealistica di madri multitasking sempre perfette, felici e a mille all’ora con le quali molte altre madri si confrontano costantemente.
Il tentativo di emulare e di inseguire un modello materno inesistente ed irraggiungibile porta come risultato di sentirsi ancora più stanche, tristi ed inadeguate quando invece una mamma che attraversa momenti di sconforto, confusione o sensazione di solitudine rispecchia maggiormente una normale difficoltà di gestione e di adattamento di una fase di vita delicata che investe tutto il ménage famigliare e in cui proprio l’ambiente familiare è chiamato ad essere il più possibile di sostegno e non colpevolizzante.
È, appunto, la convinzione, culturalmente influenzata, di doversi donare totalmente ai propri figli fino ad annullarsi e a non concedersi tempo per se stessa che fa vivere alla mamma con notevoli sensi di colpa anche il pensiero di riposarsi o di fare una manicure o andare in palestra.
Ma allora come affrontare i sensi di colpa e gestire queste emozioni?
Partendo da tutte queste premesse, potrebbe essere utile:

  1. Riconoscere ed accogliere il proprio stato d’animo ascoltando cosa ci vuole comunicare la nostra parte più intima e profonda, accogliendo anche le emozioni più negative attraverso il perdono di noi stesse;
  2. non cercare il perfezionismo ma l’autenticità proprio perché i bambini percepiscono ciò che non è autentico e preferiscono ciò che è vero, anche se imperfetto. Tale modalità li aiuta, inoltre, anche a migliorare la loro autostima potendo concedersi di poter sbagliare senza sentirsi “non all’altezza”;
  3. valorizzare e riconoscere il proprio ruolo anche a lavoro, consente di costruire un modello positivo che si riversa in maniera proficua anche sul benessere dei figli, facendo loro sperimentare vissuti di entusiasmo, passione ed interesse.

Nella relazione madre-bambino sono molti i fattori che rivestono un peso specifico sullo sviluppo dell’attaccamento, quali la disponibilità emotiva, le cure materne, l’accudimento, la protezione ed il contenimento del caregiver, la regolazione emotiva.
In questa cornice, la prima convinzione da costruire e rinsaldare è che il tempo per se stessa, che una mamma crede di sottrarre al proprio bambino, è il regalo più grande che possa fare non solo a sé ma anche e ancor prima a lui perché avrà la possibilità di godere di una persona più felice, presente e non dedicata unicamente ai bisogni primari del bambino ma alla costruzione di una relazione (anche di gioco) vera e autentica in cui è la qualità e non la quantità di tempo che conta!

Per approfondire:

  • Bowlby J., Una base sicura. Raffaello Cortina, 1989;
  • Stern D., Il mondo interpersonale del bambino, Ed. Boringhieri, 1987;
  • Winnicott D.W., Gioco e realtà, Armando Editore, 2005.

Autrice: Lorella Cartia