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Quiet quitting: quando dire “basta” diventa una forma di cura

Negli ultimi anni, si è spesso parlato del fenomeno del quiet quitting, letteralmente “lasciare (il lavoro) in silenzio”, che però non significa licenziarsi, bensì ridefinire il proprio impegno al lavoro: fare ciò che è richiesto, ma niente di più.
Al di là del “fare meno”, la quiet quitting dice qualcosa sul nostro rapporto con il lavoro, sulla motivazione, sul senso che attribuiamo alle nostre attività e sul modo in cui proteggiamo la nostra salute mentale.

Cos’è davvero la quiet quitting e perché parlarne?

In origine il termine è emerso nei paesi anglofoni come reazione a culture aziendali molto orientate alla “always on”, al sacrificio, al sopra-e-oltre. Le persone iniziavano a chiedersi: “E se io dessi solo ciò che occorre, senza far diventare il mio lavoro il mio tutto?”.
Dal punto di vista psicologico, è un campanello: indica che la motivazione intrinseca (fare per un valore) o estrinseca (ricompensa, riconoscimento) non regge più, oppure che il confine tra sé e lavoro è diventato poroso.
Nel contesto italiano e post-pandemia, smart-working, ibridazione, work-life blend, ovvero fusione tra vita personale e lavoro, stanno ridefinendo la “presenza” e la “produzione.

Tra le motivazioni psicologiche alla base di questo fenomeno, troviamo:

  • burnout, esaurimento e demotivazione. Quando continuiamo a dare di più di quel che restituisce (riconoscimento, pausa, senso), il motore interno si logora;
  • disallineamento valoriale. Il lavoro non rispecchia più ciò in cui crediamo, o non ci appartiene come prima. Aggiungere impegno extra diventa un costo identitario;
  • confine eroso tra vita privata e lavoro. Con lo smart-working o l’online continuo, il “dopo” non arriva mai, e la quiet quitting può essere un modo per ristabilire un perimetro;
  • valorizzazione della qualità vs quantità. Alcune persone scelgono di “fare bene quel che conta”, piuttosto che “fare tanto quel che è richiesto”.

In tutti questi casi, la quiet quitting non è semplicemente pigrizia: è risposta a squilibri.
Ciò potrebbe portare con sé rischi e opportunità.

Tra le opportunità, il quiet quitting potrebbe rappresentare una strategia salutare per stabilire limiti, ridurre lo stress, prendersi cura del proprio equilibrio mentale; può generare maggiore consapevolezza su cosa davvero conta nel proprio lavoro e nella propria vita.
Tra i rischi, se si tratta di una scelta forzata da contesto ostile (mancanza di supporto, cultura tossica), potrebbe preludere a disengagement, alienazione, perdita di significato.
Senza una riflessione, infatti, il quiet quitting può generare senso di colpa (“non sto dando abbastanza”), ansia da prestazione o conflitto interno tra ciò che “dovrei” e ciò che “voglio”.

Ma quali sono le implicazioni per il benessere psicologico?

Esse incidono a più livelli:

  • identità lavorativa. Se gran parte di noi si definisce dal lavoro che fa e dal “come” lo fa, cambiare l’impegno pone una domanda: “Chi sono io se non ‘eccezionale al lavoro’?”;
  • motivazione e senso. Il salto da “mi impegno perché serve” a “faccio quel che serve” può diminuire la spinta motivazionale. Bisogna allora cercare nuovi sensi;
  • confine lavoro/vita privata. Promuovere una distinzione funzionale tra ruolo professionale e personale;
  • cura del sé e sostenibilità. Stabilire limiti può essere una forma di cura preventiva. Ma serve che la persona ne diventi consapevole e non si senta “in difetto”.

Per poter comprendere i segnali di quiet quitting, sarebbe utile domandarsi se ciò che si fa è frutto di una scelta attiva o una reazione; o ancora qual è il contesto che l’ha prodotta? Cosa vuoi dal tuo lavoro (o dalla tua vita professionale)? E quanto il contesto lo rispecchia? Quali confini vorresti mettere? Quali cambiamenti potresti avviare per renderli concreti? Quanto supporto hai (colleghi, supervisione, ambiente) per agire queste scelte senza sentire isolamento o colpa?
Non è solo quanto lavoriamo, ma come e perché. Il modo in cui spendiamo il nostro impegno riflette valori, identità, equilibri.
Prendersi cura di questo aspetto significa prendersi cura della propria salute mentale.

Per approfondire

  • Avallone F., Bonaretti, M., Benessere organizzativo: Per migliorare la qualità del lavoro nelle organizzazioni, Il Mulino, 2018;
  • Borgogni L., Il significato del lavoro: Persone, motivazione, benessere, FrancoAngeli, 2020;
  • Galimberti U., La parola ai giovani: Dialogo con la generazione del nichilismo attivo. Feltrinelli. 2017.

Autrice: Lorella Cartia

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