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Riempire un vuoto: il Disturbo da Accumulo

Che cos’è il disturbo da accumulo e quali sono le cause alla base della sua insorgenza?
Le persone che soffrono di disturbo da accumulo, altrimenti definito Disposofobia, manifestano come primo e comune sintomo una eccessiva difficoltà anche al solo pensiero di doversi separare dai propri beni, a prescindere dal loro valore economico o materiale.
Questi oggetti verranno così costantemente conservati ed accumulati, fino a giungere al punto limite di perdita totale del senso della misura e del controllo, generando disordine, caos in casa o, nei casi più estremi, totale assenza di spazi vivibili, poiché interamente occupati e riempiti da oggetti di vario genere.
Tra il materiale maggiormente accumulato troviamo riviste, giornali, libri, volantini pubblicitari, vestiti e addirittura animali.
Ognuna di queste cose, apparentemente inutili e prive di significato per gli altri, viene investita di tale importanza dall’accumulatore da non permettergli di tollerarne il distacco.
Nulla viene mai gettato via, nonostante le evidenti e crescenti conseguenze negative come: non avere più spazi idonei a svolgere le normali attività quotidiane in casa, rischiare danni per la salute (infezioni, disturbi respiratori o altre patologie correlate alla scarsa igiene) oppure incidenti domestici e incendi.
Sembrerebbe, inoltre, che questo disturbo sia fortemente associato ad altre patologie mentali quali la depressione, l’ansia generalizzata, la fobia sociale e il disturbo ossessivo-compulsivo.
Ecco allora che la necessità e l’atto concreto di conservare ed accumulare potrebbero rappresentare simbolicamente un modo per colmare un vuoto interiore, affettivo, profondo ed antico attraverso oggetti investiti di alto valore emotivo che forniscono un’immediata sensazione di conforto e sicurezza.
Alcune ricerche scientifiche, come quelle di Frost e collaboratori, hanno identificato e spiegato la tendenza all’accumulo sulla base di alcuni fattori riscontrati comunemente nelle persone con questo disturbo, ad esempio: scarsa intelligenza emotiva, incapacità di processamento delle emozioni, forti difficoltà nelle relazioni interpersonali.
Altre osservazioni hanno messo in luce un possibile legame tra la disposofobia ed eventi traumatici, di separazione o di abbandono vissuti nell’arco della storia di vita della persona.
I livelli di gravità variano notevolmente, da situazioni di adeguato controllo con accumulo limitato a pochi e piccoli oggetti, fino a giungere a condizioni estreme, caratterizzate da totale invasione in casa di oggetti, al punto da rendere impossibile anche muoversi se non attraverso cunicoli ricavati tra la spazzatura.
I pazienti con gravi forme di DA faticano a rendersi conto delle conseguenze negative a cui vanno incontro, confondendo un disagio talmente elevato da mettere in pericolo la propria vita, con comportamenti considerati addirittura utili, come il “riciclare” e il “non sprecare”.
Viste la complessità e le serie conseguenze del disturbo da accumulo diviene indispensabile poter riconoscere quanto prima i potenziali accumulatori, così da intervenire precocemente e prevenire l’evoluzione del problema.
Il trattamento con i DA spesso si avvale anche dell’uso di farmaci antidepressivi, utilizzati in parallelo ad un percorso di psicoterapia.
Inoltre, interventi motivazionali potrebbero fornire un ulteriore aiuto per permettere alla persona di riconoscere le aree della propria vita che sono state maggiormente danneggiate dal disturbo, ad esempio la sfera lavorativa, quella sociale e/o familiare, così da poter lavorare e collaborare con più consapevolezza alla riduzione di tale profondo disagio.

Per approfondire:

  • Frost R.O., Steketee G., Tengo tutto, Erickson, 2012;
  • Nardone G., Selekman M.D., Uscire dalla trappola, Ponte delle Grazie, 2011;
  • Perdighe C., Mancini F., Il disturbo da accumulo, Raffaello Cortina, 2015.

Autrice: Ilaria Corona