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La DAD: a scuola ma distanti!

La modalità della didattica a distanza (DAD) è davvero da ritenersi una valida alternativa alla scuola “in presenza”?
Inevitabilmente anche la scuola si è trovata costretta ad adeguarsi tempestivamente alle disposizioni di improvvisa chiusura, cercando comunque di mantenere continuità nella relazione docenti-alunni, reagendo e adattandosi al cambiamento con i mezzi che si avevano a disposizione.
Ciò che però sembra essere accaduto, colpevole anche l’impossibilità di aver avuto tempo a sufficienza per consentire un’adeguata organizzazione e formazione del personale docente, è stato un eccessivo carico di attività e compiti online che ha quasi soffocato e messo in secondo piano un principio cardine dell’insegnamento, quello di fornire sostegno e comprensione!
Con la DAD la scuola è entrata fisicamente nelle case, occupando gli spazi familiari, alterando le dinamiche relazionali interne alle mura domestiche, esasperando a volte situazioni di già alta difficoltà organizzativa.
Proviamo semplicemente a pensare alle famiglie con più di un figlio in età scolare e con scarsi mezzi tecnologici a disposizione per permettere a tutti di partecipare costantemente alle lezioni, o a genitori che a loro volta hanno proseguito il proprio lavoro in smart-working e ai quali è stato anche chiesto di seguire i figli nella didattica, dovendo così ricoprire una pluralità di ruoli cui non erano preparati.
Inoltre, la didattica a distanza non si è mostrata effettivamente adatta a tutti, specie a quelle famiglie con figli disabili messe di fronte ad un ulteriore ostacolo o del tutto impossibilitati a proseguire il loro percorso di formazione.
Il rischio in questi casi è di creare forti spaccature, aumentare le differenze e la percezione di un eccessivo divario tra gli alunni, alimentando sensazioni di inadeguatezza e frustrazione.
Sentimenti questi provati anche da molti docenti a loro volta messi di fronte ad una modalità di fare scuola del tutto estranea, lontana dai principi che da sempre guidano l’insegnamento, affaticati dal non sapere come gestire anche le proprie emozioni, quelle dei loro allievi e delle rispettive famiglie, chiamati a reinventarsi, spaesati dal doversi adeguare ad uno sconosciuto “nuovo”.
Ciò che sembrerebbe essersi verificato è un netto calo della motivazione e una forte confusione che hanno visto i genitori improvvisarsi insegnanti, routine del tutto modificate, mancanza di interazione tra pari e insegnanti privati del loro compito di guida.
Ruoli che si fondono e confondono, messaggi ambivalenti che gettano soprattutto i più piccoli nell’instabilità e nell’assenza di regole precise e di confini solidi e chiari, con il forte rischio che la demotivazione di oggi si trasformi in un cronico disinteresse verso la scuola domani!
A scuola si impara, inoltre, a gestirsi come individui in relazione ad un gruppo, a confrontarsi con i compagni e gli adulti di riferimento, a sostenersi, a competere e tutto questo la DAD non lo può sostituire e compensare, un grande limite che può remare contro lo spirito comunitario che da sempre caratterizza la scuola.
Bisognerebbe allora avvicinarsi maggiormente a quei vissuti di isolamento, frustrazione e stress provati dagli alunni per capire poi come meglio accoglierli a fronte di un ritorno in classe “in presenza” dopo mesi di distanza.
Non dobbiamo dimenticare che la scuola è il primo contesto sociale, dopo la famiglia, che il bambino incontra ed occupa un posto unico ed insostituibile nel suo processo di crescita e formazione come persona e adulto del futuro!
Un’ulteriore emergenza che deve essere vista, riconosciuta, affrontata e contenuta.

Per approfondire:

  • Barbieri M., Esperienze con gli adolescenti in psicologia scolastica, Alpes, 2017;
  • Iannaccone A., Longobardi C., Lineamenti di psicologia scolastica, Franco Angeli, 2004;
  • Molinari L., Mameli C., Gestire la classe, Il Mulino, 2015.

Autrice: Ilaria Corona