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Sharenting quando l’amore genitoriale incontra lo sguardo digitale

Negli ultimi anni la genitorialità ha trovato nei social network uno spazio di espressione sempre più centrale.
Raccontare la crescita dei figli, condividere emozioni, difficoltà e successi sembra diventato parte integrante dell’essere genitori oggi.
È in questo contesto che si inserisce il fenomeno dello sharenting, termine che unisce sharing e parenting e che indica la condivisione online di immagini, video e narrazioni riguardanti i propri figli.
Se osservato superficialmente, lo sharenting può apparire come un gesto innocuo, mosso dall’amore e dal desiderio di connessione.
Tuttavia, da un punto di vista psicologico e clinico, esso apre interrogativi profondi sullo sviluppo del bambino, sui confini relazionali e sul ruolo genitoriale nell’era digitale.
Lo sharenting non riguarda solo quanto si condivide, ma soprattutto come e perché si condivide. Dal punto di vista clinico, possiamo definirlo come una pratica narrativa attraverso cui il genitore costruisce pubblicamente l’identità del figlio prima che quest’ultimo possa parteciparvi consapevolmente.
Foto, descrizioni, etichette emotive o comportamentali contribuiscono a creare una sorta di “biografia digitale anticipata”, che precede lo sviluppo della capacità del bambino di scegliere come e quando mostrarsi agli altri.

Ma quali sono i bisogni emotivi dei genitori dietro la condivisione?

Nella pratica clinica emerge spesso come lo sharenting risponda a bisogni emotivi profondi dell’adulto. Condividere può significare:

  • sentirsi visti e riconosciuti nel proprio ruolo genitoriale;
  • cercare conferme, rassicurazioni o sostegno;
  • contrastare il senso di solitudine;
  • costruire un’immagine di sé come “buon genitore”.

In questa prospettiva, lo sharenting può diventare uno strumento di regolazione emotiva genitoriale. Il rischio, tuttavia, è che il figlio venga inconsapevolmente utilizzato come veicolo di gratificazione narcisistica, perdendo la sua centralità come soggetto autonomo.

Quali sono gli effetti sullo sviluppo psicologico del bambino?

  1. Identità e Sé. L’identità si costruisce anche attraverso lo sguardo dell’altro. Quando questo sguardo diventa pubblico e permanente, il bambino può trovarsi a crescere all’interno di una narrazione già definita. In adolescenza, fase cruciale per la costruzione del Sé, ciò può generare conflitti, rigidità identitarie o bisogno di rottura.
  2. Confini e privacy. Dal punto di vista psicodinamico, la difficoltà a rispettare la privacy del figlio può riflettere una fragilità nei confini genitore-bambino. Il mancato riconoscimento di uno spazio psichico separato può ostacolare il processo di individuazione.
  3. Vergogna e interiorizzazione dello sguardo. La scoperta di contenuti condivisi in momenti di vulnerabilità (pianti, difficoltà, regressioni) può attivare sentimenti di vergogna. Lo sguardo dell’altro, interiorizzato precocemente, rischia di diventare giudicante e invasivo.

Secondo la prospettiva sistemico-relazionale, lo sharenting non è un comportamento individuale, ma un fenomeno che coinvolge l’intero sistema familiare.
L’ingresso del “pubblico digitale” introduce un terzo elemento nella relazione genitore-figlio, modificando:

Il bambino può trovarsi, implicitamente, a sostenere l’immagine genitoriale o familiare, assumendo un ruolo che eccede le sue competenze evolutive.
Non ogni condivisione è patologica. Tuttavia, in ambito clinico, alcuni segnali meritano attenzione quali l’esposizione costante e non mediata del minore; la condivisione di contenuti umilianti o intimi; l’assenza di ascolto dei segnali di disagio del bambino; la difficoltà del genitore a rinunciare alla visibilità online.
In questi casi, lo sharenting può rappresentare un indicatore di fragilità relazionale, difficoltà di mentalizzazione o bisogni affettivi non elaborati.
Promuovere uno sharenting consapevole significa aiutare i genitori a interrogarsi sul senso della condivisione, riportando l’attenzione sulla soggettività del bambino.
Proteggere l’infanzia oggi passa anche dalla capacità degli adulti di distinguere tra condivisione e esposizione, tra amore e bisogno di riconoscimento.

Per approfondire:

  • Erikson E. H., Identity: Youth and Crisis, Norton, 1968
  • Fonagy P., Gergely G., Jurist E., & Target M.. Affect Regulation, Mentalization and the Development of the Self. Other Press, 2002;
  • Winnicott D.W.,The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press, 1965.

Autrice: Lorella Cartia

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