Studio di psicologia Corona – Cartia a Roma | info@studiopsicologiaroma.com

RICEVIAMO SU APPUNTAMENTO | PSICOTERAPIA ONLINE

Top

Il sorriso dei bambini: da risposta innata a simbolo d’amore

Il sorriso è un meccanismo biologicamente innato che svolge una funzione relazionale, affettiva, sociale ed evolutiva, tanto che rimane uno dei processi preservati e mantenuti nel tempo per favorire anche l’evoluzione della specie.
Insieme al pianto, sin dalle primissime fasi di vita, il sorriso rappresenta uno dei principali strumenti utili al bambino per comunicare con il mondo esterno.
Anche nell’adulto il sorriso svolge, oltre che da un punto di vista relazionale, anche altre funzioni complesse come consolidare o rafforzare un legame o sdrammatizzare situazioni difficili e facilitarne una soluzione.
Ma quando compare per la prima volta il sorriso nel neonato?
La comparsa del sorriso rappresenta un momento speciale perché simboleggia lo sviluppo della capacità comunicativa con l’altro, i primi abbozzi di una relazione sociale con i propri caregiver che continuerà a complessificarsi e a connotarsi emotivamente sempre di più creando il legame di attaccamento e rinforzando la vicinanza emotiva.
Già presente nel periodo intrauterino a partire dalla 28° settimana di gravidanza, esso rappresenta all’inizio un movimento riflesso e involontario e non riferito per poi diventare intenzionale intorno i due mesi e mezzo e rivolgersi ad un preciso destinatario, in genere il volto della madre.
È nell’interazione con la propria figura di accudimento che possiamo accorgerci di questo legame che si sta costruendo attraverso la circolarità di emozioni e di risposte dell’uno nei confronti dell’altro: al sorriso del neonato la mamma responsiva e “sufficientemente buona” reagisce con gesti amorevoli, coccole e ulteriori sorrisi che rinforzano tale legame.
Un bambino che, sin dalla nascita,  riceve sorrisi, accudimento e calore avrà molta più probabilità di crescere sereno, sicuro di sé, con buoni livelli di autostima e una precoce disponibilità emotiva a relazioni umane autentiche.
Una conferma dell’importanza delle cure amorevoli della madre sul sano sviluppo psicologico del bambino ci viene dallo psicoanalista infantile Spitz.
Egli descrive diversi stadi nell’evoluzione del sorriso nei bambini partendo da una forma di sorriso involontario che definì sorriso endogeno, ovvero provocato da meccanismi interni come uno stato interiore di benessere che nel neonato può avvenire dopo una poppata o un sonnellino.
Il sorriso endogeno è però ancora un riflesso involontario e non una risposta comunicativa.
A partire dal secondo – terzo mese di vita compare, invece, il sorriso esogeno, determinato cioè da stimoli esterni come il sorriso di risposta a quello di un’altra persona, in genere per imitazione.
È dal terzo mese che assistiamo alla comparsa di una forma di sorriso intenzionale e comunicativa definita sorriso sociale in cui il neonato è diventato capace di riconoscere e discriminare le figure familiari da quelle estranee scegliendo volontariamente ed in maniera selettiva a chi rivolgere i propri sorrisi comunicando allo stesso modo le sue emozioni.
E proprio il sorriso costituisce ciò che Spitz definisce il primo organizzatore della psiche dell’individuo utile per il suo sviluppo.
Accanto ad esso, il secondo organizzatore è la cosiddetta “angoscia dell’ottavo mese” che, se da un lato rassicura i genitori sul legame con il proprio figlio, in grado di discernere ciò che è noto da ciò che non lo è e di indirizzare emozioni e comportamenti di conseguenza, dall’altro crea loro qualche disagio o ansia.
Il terzo organizzatore, infine, intorno ai due anni, è rappresentato dalla comparsa del “no sia a gesti che con la parola che, da un punto di vista evolutivo, costituisce l’accesso del bambino al mondo simbolico e la nuova capacità di astrazione.
In questo straordinario processo di crescita dei bambini, fatto di rapidi progressi e repentine evoluzioni, la capacità dei genitori di comprendere e accettare i nuovi strumenti comunicativi acquisiti da loro, da quelli più diretti e direttamente accessibili come la parola o i gesti, a quelli più criptici e apparentemente immotivati come le reazioni emotive intense (urla, pianti disperati, “capricci” o no decisi) li aiuta a sintonizzarsi emotivamente con il  mondo interno dei bambini e a dare significato a tali reazioni crescendo insieme a loro.

Per approfondire:

  • Bowlby J., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Ed. Raffaello Cortina, 1996;
  • Cancrini L., Ascoltare i bambini. Psicoterapia delle infanzie negate, Ed. Raffaello Cortina, 2017;
  • Spitz R., Il primo anno di vita del bambino. Genesi delle prime relazioni oggettuali, Giunti-Barbera, 1972.

Autrice: Lorella Cartia