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L’accudimento invertito: grande in un corpo da bambino

La crescita psicoemotiva di un bambino passa attraverso il soddisfacimento, fin dalla nascita, dei suoi bisogni emotivi primari, che vanno dall’amore incondizionato dei caregiver, in genere i genitori, alla protezione, all’accudimento, fino al supporto nell’esplorazione del mondo esterno.
La mancanza di tali funzioni vitali e di figure di attaccamento stabili sane può configurare lo scenario di un accudimento invertito che ha come protagonista un bambino “adultizzato”.
Si tratta di un bambino che non ha avuto la possibilità di vivere la sua infanzia con la spensieratezza e leggerezza tipiche della sua fase di ciclo di vita perché investito di incarichi che non appartengono alla sua età, trovandosi subito grande in un corpo da bambino.
Nel contesto famigliare, non si costruisce una relazione gerarchica verticale con le figure di riferimento, ma orizzontale in cui il bambino viene trattato alla pari con gli adulti, ne assume doveri e responsabilità, fino al potere decisionale anche su materie su cui non ha strumenti, ad esempio decide cosa mangiare o quando dormire, in piena autonomia.
Spesso, all’esterno, tale dinamica viene percepita positivamente: i bambini vengono considerati come dei piccoli adulti, molto responsabili e attenti ai bisogni dei genitori e non manifestano il disagio del ricoprire un ruolo inadatto alla loro età, complice una modalità di espressione basata sul corpo, sul gioco o sul linguaggio simbolico, spesso non accessibile agli adulti.
In genere, l’accudimento invertito si manifesta in occasione di gravi difficoltà familiari o eventi traumatici o stressanti come violenze, lutti, separazioni coniugali, gravi malattie, in cui il figlio percepisce la profonda sofferenza che affligge il genitore o la sua vulnerabilità e se ne fa carico diventando portatore del suo benessere e assumendo ora il ruolo di compagno, ora di amico o persino genitore del proprio genitore, in altre parole il figlio si “genitorializza”.
In questo rovesciamento di ruoli e di funzioni, il figlio viene a trovarsi in una posizione pseudo-adulta ma senza averne gli strumenti e senza aver potuto ancora definire la propria identità con una conseguente iper-responsabilizzazione in vari contesti di vita.
Il legame tra il figlio e il genitore “bisognoso” può diventare morboso fino a costituire una coppia isolata, chiusa ad ogni interferenza esterna che non permette al genitore di ricevere un supporto più adeguato e al figlio di confrontarsi con relazioni idonee alla sua età e ai suoi compiti di sviluppo.
Pur inconsciamente percepito come limitante e gravoso, il ruolo ricoperto dal figlio ha in sé la gratificazione di riconoscerlo come soggetto autonomo che detiene un certo potere e la possibilità di un legame privilegiato ed esclusivo con il genitore, oltre ad una quota di senso di colpa qualora decidesse di tirarsi fuori da questa dinamica e lasciare un genitore avvertito come non capace.
Se, da un lato, tali bambini svilupperanno da adulti maggiori capacità empatiche e di accudimento, dall’altro, la formazione di rapporti interpersonali sani viene fortemente minata.
Un bambino in questa condizione può pensare che raccontare le proprie emozioni possa ferire in qualche modo i genitori, in quanto è per lui chiaro quanto essi non sia in grado contenerle e si sente quindi costretto all’autonomia forzata, imponendosi di pensare di non avere bisogno degli altri.
Ma quale dinamica si innesca nell’accudimento invertito e da cosa viene alimentata?
Lo schema disfunzionale tipico parte dalla convinzione di non essere visti o riconosciuti dall’altro perché non meritevoli di cure e di attenzioni e quindi di sentirsi profondamente soli per cui l’unico modo per non sperimentare tali vissuti di solitudine e angoscia è sacrificare se stessi fino ad annullarsi.
Ciò comporta il dovere di occuparsi in maniera totalizzante dell’altro nell’illusione che solo così il bambino adultizzato potrà ricevere amore e cure, con la conseguente paura che, abbandonando questo ruolo, possa perdere l’unica possibilità di essere amato.
Crescere in un contesto di accudimento invertito può determinare molteplici conseguenze negative sia per il benessere psicologico, sia nella modalità di relazione con gli altri, facilitando lo sviluppo di disturbi internalizzanti come l’ansia e o la depressione e innescando schemi relazionali basati sul proprio sacrificio che garantiscano la perpetuazione degli antichi schemi (seppur disfunzionali comunque rassicuranti) di totale accudimento dell’altro.
Tuttavia, se nei primi anni di infanzia il bambino ha ricevuto le cure necessarie potrà rispondere adeguatamente ad eventuali richieste di responsabilizzazione senza conseguenze per il suo futuro.
Diventa perciò essenziale fare luce su dinamiche di questo tipo, intervenendo per elaborarle e ripristinare modalità più funzionali di relazione, con uno sguardo alla salvaguardia e alla protezione dei piccoli e restituendo quel tempo che le circostanze hanno rubato loro.

Per approfondire:

  • D’Amato M., Ci siamo persi i bambini: Perché l’infanzia scompare, Ed. Laterza, 2014;
  • Ferraris A.O., La sindrome Lolita: perché i nostri figli crescono troppo in fretta, Rizzoli, 2008;
  • Miller A., Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, Bollati Boringhieri, 2010;
  • Postman N., La scomparsa dell’infanzia. Ed. Armando, 2005.

Autrice: Lorella Cartia