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Risonanze del Terapeuta: emozioni in circolo

Sappiamo bene che ogni terapeuta ha un proprio stile, una specifica e soggettiva modalità di interagire con i propri pazienti, che si tratti di una singola persona, una coppia o un intero sistema familiare.
Il terapeuta, attraverso il suo lavoro, offre un consapevole sostegno alla famiglia che incontra utilizzando, a questo fine, una serie di modalità tra cui, molto importante, quella della risonanza, necessaria per lo stabilirsi di una solida relazione terapeutica, di fiducia e scambio emotivo.
Ma cosa sono le risonanze?
Il delicato tema delle risonanze è legato alla diversa capacità del terapeuta di mettersi totalmente in gioco con ogni paziente, non solo sul piano strettamente professionale e tecnico, ma come persona, con le sue esperienze, la sua storia familiare, i suoi dolori e le sue emozioni, quelle che l’incontro con i vissuti dei pazienti può riattivare.
Come sosteneva Whitaker, il terapeuta deve entrare profondamente dentro il paziente e la famiglia divenendone parte, ma allo stesso tempo restarne fuori per non esserne troppo invischiato, rischiando di compromettere le sue capacità di valutazione e giudizio.
Ma risonanza e controtransfert sono la stessa cosa?
Le emozioni del terapeuta possono essere provocate dagli atteggiamenti del paziente, costituendone quindi la reazione, e qui si parla di controtransfert, o da processi di vera e propria identificazione con l’altro, a seguito della condivisione, ad esempio, di esperienze, storie e vissuti simili, è questa identificazione che viene definita con il termine di risonanza.
Per meglio precisare, quindi, il controtransfert è “ciò che il paziente induce nel terapeuta”, mentre la risonanza è “l’emozione che emerge nel terapeuta in base ad aspetti di somiglianza con i vissuti del paziente”.
Saper riconoscere le proprie emozioni è fondamentale per comprendere a fondo la persona che c’è dietro la figura professionale, sul suo vissuto e su come ci si considera all’interno delle passate e presenti relazioni.
Quando la risonanza è molto forte si potrebbe sperimentare una eccessiva uguaglianza, mentre in senso contrario, quando ci si percepisce come troppo diversi e lontani, il rischio è di non entrare in relazione sintonica con la persona che sta chiedendo sostegno e aiuto, a causa di una eccessiva estraneità dal suo mondo.
È però possibile utilizzare positivamente queste risonanze, ad esempio la somiglianza che il terapeuta riconosce e percepisce tra il suo vissuto e quello del paziente può rimandare un senso di maggiore vicinanza e comprensione, mentre la diversità può permettere di osservare ciò che l’altro proprio non riesce a vedere.
Spetta al terapeuta quindi il saper valutare attentamente le sue emozioni come guida per una buona relazione, nonché come aiuto per il paziente nell’acquisizione di nuove modalità comunicative ed espressive.
Per esempio, soprattutto nelle terapie individuali, può essere utile che il terapeuta espliciti e condivida come si è sentito o si sente nella relazione poiché questa esternazione potrebbe aiutare il paziente a capire come il suo modo di porsi faccia sentire gli altri, facendo attenzione a non farla vivere come una critica potenzialmente distruttiva.
Una condizione necessaria è quella di aver costruito un contesto accogliente ed empatico ed una buona alleanza terapeutica.
L’autenticità della relazione terapeutica non deve però essere confusa con la libertà di esprimere impulsivamente ogni sensazione, specie se il rischio è di far passare il messaggio di una critica negativa.
È bene mostrare cautela e rispetto, dopo aver valutato quanto l’altro sia disposto ad accogliere, comprendere ed accettare quello che gli viene rimandato!

Per approfondire

  • Passaro G., Risonanze della psiche, Armando Editore, Roma, 2019;
  • Searles H., Il controtransfert, Bollati Boringhieri, Torino, 1994;
  • Whitaker C. A., Bumberry W.M., Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, 1989.

Autrice: Ilaria Corona