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Disturbo della relazione madre bambino: tra colpa e vergogna

La nascita del sé e la costruzione di un’identità personale trovano espressione nella precoce relazione madre bambino.
Numerose evidenze scientifiche hanno oggi dimostrato come la condizione psicologica della mamma sia la base su cui il neonato costruisce il suo processo di sviluppo.
È proprio dalla capacità della madre di sintonizzarsi emotivamente con i bisogni del bambino e mostrarsi disponibile ad accoglierli che dipende la costruzione di quei legami di attaccamento e di sicurezza che sottendono le relazioni umane adeguate e gratificanti anche per il futuro.
Il legame diadico tra madre e bambino comincia dal concepimento e prosegue per tutta la gravidanza favorito dalla percezione dei movimenti del feto e dalle sensazioni corporee della madre.
Alla nascita, poi, tutte quelle fantasie ed emozioni caratteristiche dell’attesa si manifestano attraverso gesti e comportamenti protettivi e teneri verso quell’oggetto d’amore, fino a quel momento solo immaginato e finalmente reale, quali l’accarezzare, abbracciare, confortare, sussurrare o volgergli lo sguardo.
Ma quando si parla di disturbo della relazione madre-bambino e come insorge?
Purtroppo, durante il periodo perinatale, ovvero quell’arco di tempo che comprende la gravidanza, il parto e fino ad un anno dalla nascita, i cambiamenti fisiologici ed emotivi legati alla gravidanza, al parto e all’accudimento del neonato possono comportare l’emergere di vulnerabilità per madri e padri impegnati in questi delicati nuovi compiti evolutivi.
L’esaurimento fisiologico accompagnato da labilità emotiva e cambiamenti repentini d’umore possono sovrapporsi a vissuti di angoscia di separazione, paura di perdita o sentimenti di inadeguatezza rispetto a competenze genitoriali non ancora conosciute e sperimentate.
In questo periodo di vulnerabilità, il sentimento prevalente e persistente nei confronti del bambino appena nato può essere negativo accompagnato, a volte, da sintomi psichici troppo spesso sminuiti da famigliari e operatori sanitari ma potenzialmente pericolosi per la salute del bambino e della madre.
In questo caso è possibile parlare di un disturbo della relazione madre bambino i cui sentimenti negativi costanti possono assumere la forma di rifiuto, forte ostilità, avversione, trascuratezza o rabbia patologica davanti alle richieste del bambino.
Tale disturbo si manifesta attraverso due dimensioni fondamentali:

  • la prima è il ritardo nella risposta materna, che si traduce nella sensazione di insensibilità, estraneità, mancanza di “istinto materno” percepito dalla madre nei confronti del neonato;
  • la seconda è quella dell’ostilità e rifiuto che si strutturano attraverso sensazioni di tensione e rabbia della madre alla presenza del bambino o del suo pianto.

Spesso, un disagio psicologico della madre, come una depressione, riduce sensibilmente la sua responsività e disponibilità emotiva nei confronti del bambino con il risultato di fornire risposte inadeguate e distoniche rispetto alle sue richieste e di adottare modelli interattivi disfunzionali.
Una possibile conseguenza per il bambino, costretto a relazionarsi con una madre psicologicamente ed emotivamente distante, è quella di riportare disturbi emotivi e difficoltà comportamentali in età prescolare e scolare, ad esempio inibizione e ritiro sociale, oppure difficoltà di socializzazione con adulti e coetanei e difficoltà precoci di autoregolazione, fino al rischio psicopatologico di disturbi del comportamento quali disturbi della condotta, disturbo oppositivo provocatorio, ADHD o disturbi emozionali (ansia o disturbi dell’adattamento).
Purtroppo la difficoltà di chiedere aiuto è legata, spesso, alla vergogna o alla colpa della madre di riconoscere come propri quei sentimenti negativi verso il bambino che contribuiscono a mantenerla in uno stato di isolamento pericoloso per sé e per la relazione con il bambino.
In questi casi diventa fondamentale sia individuare precocemente i segnali d’allarme e di fragilità che emergono sia intervenire tempestivamente attraverso azioni di supporto alla genitorialità anche domiciliari e la costruzione di una rete di sostegno sia formale che informale che possa scongiurare la condizione di isolamento o di solitudine proteggendo tutto il sistema famigliare.
Recita, infatti, un antico proverbio africano “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”!

Per approfondire:

  • Bowlby J., Attaccamento e perdita, vol.1: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, 1972;
  • D., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Ed., 1976;
  • Fonagy P., La genesi dell’attaccamento: la relazione della donna al feto durante la gravidanza in M. Ammaniti, La gravidanza tra fantasia e realtà, Il Pensiero Scientifico, 1992.

Autrice: Lorella Cartia